LA SFIDA DEL GIALLO (niente mandarini cinesi)
a cura di Diana Lama

Premetto che il termine giallo, che noi tutti usiamo correntemente è valido solo per l’Italia: se voi andate in America in Francia o dovunque nel mondo e chiedete in libreria un Yellow o un jaune o in qualunque altro modo si dica vi guarderanno con aria strana.
Il termine giallo per indicare questo genere letterario è strettamente legato all’Italia. Quando Arnoldo Mondadori a fine anni 20 diede ad Alberto Tedeschi l’incarico di creare una collana economica apposita, insieme decisero di caratterizzarla con in colore in copertina: nasce così il giallo, che ancora vive e prospera ai nostri giorni, nonostante sia stato sempre malvisto dalla cosiddetta letteratura tout court.

Qual è il motivo di tanto successo?
Un genere nato in sordina, relegato per molto tempo su pubblicazioni da comprare in edicola, leggere in treno o in bagno e buttare nell’immondizia subito dopo, è diventato ora oggetto di desiderio di molti autori affermati che hanno deciso di cimentarvisi. Altri scrittori devono fama e fortuna planetaria proprio al giallo, e in libreria i titoli legati al thriller in tutte le sue forme sono quelli che scalano le classifiche dei best seller. E’ un fenomeno recente: ancora quindici anni fa l’attesa di un buon libro giallo era per me lunga e penosa. Ora, in libreria, sono sommersa da proposte, e il livello medio è buono, pur fra tanto fiorire di giallisti improvvisati.

Dunque? Quali sono i valori del giallo come genere letterario?
Secondo me aiuta a pensare.
Il lettore che si cimenta con un libro di questo genere sa già a cosa andrà incontro, perché il primum movens è la sfida: la sfida tra l’intelligenza di chi ha scritto e quella di chi legge. Nel giallo non si imbroglia, assolutamente non è possibile. Il lettore deve avere a sua disposizione tutti gli elementi per poter combattere ad armi pari, o almeno deve avere l’impressione di averli. Se poi gli indizi sono troppo ben nascosti, non ha importanza. Sul filo dell’intelligenza tutto è concesso, tutto è permesso, basta che non ci sia l’inganno bieco, quello che non stuzzica l’intelligenza ma si risolve solo in una misera presa in giro. Il lettore di gialli è spietato, e questo non lo accetterebbe.

Negli anni passati furono codificate da Raymmond Chandler e altri grandi giallisti alcune regole base: la più divertente è: niente mandarini cinesi, perché in passato poteva capitare in qualche giallo che dopo che una trama intricata e affollata di personaggi si era dipanata, compariva nelle ultime dieci pagine un misterioso personaggio, esotico per di più, che si scopriva essere il colpevole.

Ormai dagli anni cinquanta in poi questo non succede più, e anche se scrittori come Agatha Christie in primis ci hanno abituato a trucchi e astuzie inimmaginabili, se andate a rileggere troverete che il trucco c’è, ma non l’inganno, perché comunque avreste potuto intuire o sospettare qualcosa.
Per chi non l’ha letto, suggerisco il libro “Dalle nove alle dieci” anche conosciuto come “L’ assassinio di Roger Akroyd” che è considerato un capolavoro in quanto presa in giro del lettore restando però nei limiti della correttezza.

Quindi la sfida è fino all’ultima riga, per il lettore che deve leggere appunto tra le righe quello che lo scrittore non vuole che capisca. Ma è anche una sfida per lo scrittore: il giallo è un esercizio di logica. Lo scrittore è costretto a costruire una trama plausibile, con un inizio un centro ed una fine, una storia che vada da qualche parte. Una tesi ed un’antitesi, dei personaggi che abbiano un costrutto ed un’evoluzione nel corso della storia. Il giallo narra una storia che è sul confine tra il caos e l’ordine, è la storia dell’evento che sconvolge l’ordine normale delle cose ed è la storia di come questo ordine debba essere ripristinato perché tutto ritorni come deve essere.

In questo senso il giallo è anche un genere che ha una sua moralità: nel nostro mondo di carta in genere il mostro uccide e divora i bambini, ma alla fine viene catturato, il male trionfa solo temporaneamente ma alla fine viene sconfitto dal bene.
E’ quindi un mondo di Utopia, in cui l’equilibrio originale viene recuperato, ma con un’altra differenza sostanziale rispetto alla realtà: nel nostro mondo le vicende dell’orrore che purtroppo accadono ogni giorno ci sfiorano senza lasciare traccia e quando malauguratamente ci investono in pieno ci lasciano comunque senza un perché.
Nel giallo no: alla fine tutto è spiegato. Le vite dei personaggi sono investite improvvisamente e impietosamente da una luce che tutto rivela, al lettore e agli attori di carta della storia che si sta sviluppando. I dettagli più intimi e più infimi emergono, scheletri polverosi escono dagli armadi, verità nascoste non sono più negabili. La ricerca dell’investigatore o di colui che volente o nolente assume questo ruolo scopre e svela ben più di un delitto e di un assassino, ma scava nel marcio che è dentro ognuno di noi. Alla fine i personaggi dei libri gialli arrivano comunque ad una nuova consapevolezza, dopo essere stati sull’orlo dell’abisso. Perché dall’abisso si torna cambiati, o non si torna affatto.

Un’altra cosa ancora: il giallo è essenziale: in questo tipo di romanzo tutto deve avere una giustificazione, un perché di esistere. Se un personaggio fa o dice qualcosa ad un certo punto, è necessario che quel qualcosa venga giustificato dallo sviluppo successivo della trama, non vi può essere quindi nulla di gratuito. Questo, che è una delle cose che più mi piacciono di questo genere di scrittura, a me sembra un tentativo, piccolo ma non per questo meno meritevole, di cercare almeno nelle storie che scriviamo di creare un ordine implicito per spiegare la realtà esplicita che ci circonda, l’enorme ragnatela di azioni e controreazioni in cui ci muoviamo ogni giorno senza immaginare dove cominci o finisca il filo.

Nei libri gialli la trama nascosta c’è, si intuisce e alla fine si dipana. Nella realtà, se anche c’è, noi non possiamo coglierne che vaghi bagliori.