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RACCONTO O ROMANZO?
a cura di Diana Lama
Affrontiamo il dilemma che prima o poi incombe su tutti gli scrittori, professionisti e non. Meglio cogliere subito i frutti succosi di un racconto, due, tre, dieci, venti pagine di succo concentrato, il risultato fruibile immediatamente, relativamente facile da piazzare, oppure meglio affrontare le peripezie di un romanzo, ore e ore di lavoro dedicate solo all’impianto, cancella qua, ipotizza lì, finchè si è pronti a partire per un’avventura di duecento pagine o più?
Insomma, meglio l’uovo o la gallina?
Io ho un mio gusto in proposito, d’altra parte si dice che ci sono scrittori da racconto o da romanzo, ma vorrei prima esaminare i pro e i contro delle due opzioni. E’ probabile che il mio orientamento traspaia comunque da queste prossime righe.
Il racconto si scrive velocemente e permette di focalizzare un determinato punto di vista, senza stare a perdere tempo con intrecci e descrizioni. Il romanzo richiede invece una costruzione ed un approfondimento che non a tutti può essere gradito. Necessita che ci sia un costrutto. Il racconto può nascere da un guizzo, per il romanzo i guizzi devono essere molti e supportati da una rete robusta, da un connettivo si sostegno efficace.
Di un racconto si può dire è bruttino, inefficace, malriuscito, ma poco di più. Un brutto romanzo invece è proprio un brutto romanzo, se ne può parlare malissimo per molto tempo, le sue recensioni negative vi perseguiteranno per lunghi anni, gettando un’ombra costane e malefica sulla vostra carriera. Un brutto racconto si cestina con poco rimpianto, un romanzo mal riuscito è un chiommo indigeribile, trecento o passa pagine che vanno riscritte, decostruite, riesaminate e infine seppellite in un cassetto dove languiranno ad eterna memoria.
E allora?
E allora per me sempre meglio il romanzo, perché il romanzo cresce con voi, vi accompagna per giorni, mesi, e ahimè anche anni, e migliora nella vostra mente, e permette di creare personaggi, situazioni, vita reale, sentimenti ed emozioni. Il racconto fortunato invece sgorga da un impulso, e fotografa un attimo, in maniera sapida e pungente (ovviamente stiamo parlando di racconto e romanzo giallo, il resto è un altro continente, si può affrontare in un altro momento). Il racconto infelice invece si trascina con una noia mortale di pagina inutile in pagina inutile. Leggendolo si capisce la vocazione vorrei ma non posso che lo marchia a fuoco: il povero scrittore voleva scrivere un romanzo, o forse no, però riteneva di avere idee per un qualcosa di 5-10 o più pagine ma non per le fatidiche 200 e passa. E allora giù con il polpettone di trenta o quaranta pagine noiosissimo, senza suspence e che pretende di raccontare una storia senza avere il respiro per farlo. Oppure, ecco il raccontino breve breve ma amputato, perché chi l’ha concepito non si è reso conto che il racconto, se breve, deve essere anche fulminante, con un’idea vincente che purtroppo non sempre ci balza in testa al momento opportuno.
E’ difficile scrivere un bel racconto, come una bella poesia. Purtroppo tutti ci si cimentano, proprio perché pensano che breve sia sinonimo di facile.
E’ difficile scrivere un bel romanzo, però c’è molto più agio e tempo per lavorarci. Come si capirà io sono per il romanzo, mi permette di far respirare le cose che voglio dire. Per carità, ho al mio attivo tanti racconti credo ben riusciti, e pubblicati su antologie Sonzogno, Garzanti, Piemme, ne ho in uscita con Speling & Kupfer e Mondadori, ne sono stati pubblicati sul Mattino di Napoli e su altri giornali, anche on line, quindi non mi posso lamentare. Ho però l’impressione che i miei racconti siano una sorta di emissione spontanea e incontrollata, anche quelli in un certo senso su commissione, Cioè, mi chiama un editor e mi dice fammi un racconto su questo tema per questa antologia. Io ci penso un po’ su, ma non troppo, senza stressarmi, e ad un certo punto, un bel giorno, mi esce l’idea e il racconto si scrive quasi da solo. E’ una cosa un po’ fuori controllo. Il romanzo invece mi cresce dentro, è un urgenza, è un bisogno che deve esprimersi, è un’idea che man mano si cristallizza e si struttura nelle cose che voglio dire. Ne sono in possesso in ogni momento, tranne quando è finito, dopo (ma questo vale anche con i racconti) sono come i figli che vedi crescere e ti stupisci di come stiano venendo su bene, quando rileggi qualcosa di tuo ti stupisci sempre un po’ e quasi ti congratuli (a parte le cose orrende, ma ami anche quelle lo stesso).
E quindi? Boh, ci sono scrittori che trovano la propria cifra nel racconto, altri nel romanzo, io continuo a pensare che chi non si cimenta con il romanzo lo faccia per pigrizia o eccessiva timidezza e poca confidenza nelle proprie possibilità.
Ultima cosa, ma per me importante: se un’idea nasce per uno, è meglio non convertirla nell’altro. Io personalmente non ho mai trasformato l’idea di un romanzo non scritto in un racconto: al limite, appunto, non lo scrivo, e l’idea resta in attesa di tempi migliori. E, al contrario, non mi è mai venuto di gonfiare un racconto fino ad un romanzo, niente innesti e protesi, per favore. Credo che ogni cosa nasca, là dove nascono le cose da scrivere, direttamente nella forma che dovrà assumere definitivamente.!
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