RACCONTI O ROMANZI?

a cura di Renata Di Martino

A proposito del confronto sul tema se fosse più efficace un racconto o un romanzo, così ben analizzato da Ugo Mazzotta, mio amico e collega, nella sua pillola in Napolinoir, e sulla sua brillante conclusione (con l’aggiunta di un esempio un po’ osé), e sulla quale sono pienamente d’accordo, vorrei aggiungere un mio breve contributo a sostegno, che riguarda la mia modesta esperienza personale.

Quando sentii l’esigenza di scrivere, cominciai con i racconti brevi, di una pagina, perché mi consentivano di raccontare un flash, un’immagine, una sensazione, che non avrei potuto descrivere se non in quella forma, e ne scrissi più di quaranta. Approdai poi al genere giallo per via di un concorso che richiedeva la scrittura di un racconto su Napoli di quindici-venti cartelle. Vinse una segnalazione, e l’anno dopo ne vinse un’altra al premio Solinas nella sezione Soggetti per il cinema.
A rileggerlo più tardi, mi venne voglia di ampliarlo perché sentivo di avere altre cose da dire, altri personaggi e situazioni da aggiungere che avrebbero arricchito e reso più completo e complesso l’intreccio giallo. Mi capitò di lasciarlo più volte con l’dea che fosse la versione definitiva, fino a quando non diventò un romanzo che credo non avrei mai scritto se lo avessi affrontato come tale. Al primo, pubblicato da Avagliano editore, seguì il secondo che invece cominciai a scrivere su quella scìa, con l’idea del romanzo.

Quando il quotidiano Il Mattino mi propose di scrivere delle short stories gialle col protagonista-commissario dei miei romanzi, mi toccò tornare alla forma del racconto che, se da un lato mi ha costretta in tempi e spazi ristretti (uno alla settimana e setto-otto cartelle), dall’altro mi ha consentito di scrivere molte storie che sia pure abbastanza complete per l’occasione, potrei sviluppare in altrettanti romanzi, e in quel caso mi sembrerà meno impegnativo affrontarne la stesura, come successe per il primo che considero “un romanzo per caso”.

Credo infine, che per uno scrittore l’ideale sarebbe quello di scrivere senza limitazioni di nessun genere, perché può capitargli di sviluppare in romanzo un’idea giusta per un racconto o viceversa, con risultati non sempre brillanti.
Carlo Fruttero, a proposito della sua ultima pubblicazione di “Ti trovo un po’ pallida” di quarantotto pagine, quindi un racconto lungo, come viene definito, ha dichiarato candidamente (lui se lo può permettere) di aver dovuto scrivere il backstage dello stesso, di altrettante pagine, perché fosse pubblicabile. E nel caso di un grande come lui, ben vengano i backstages, per altri mille racconti lunghi!

Spero di non abusare del mio protagonismo (deriva dalla mia attività di attrice), se vi chiedo di leggere uno dei miei racconti brevi dal titolo “Quel giorno”. A presto!

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