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Oggi
quando sono uscita da scuola non c’era Gianni ad aspettarmi.
Peccato perché ho pensato a lui per tutta la mattina, persino
durante l’ora di ginnastica che è di sicuro la più divertente.
Ho immaginato che, finite le lezioni, l’avrei trovato fuori
dal portone. Con il suo magnifico sorriso e le sue parole
dolci, che sa inventare solo per me. Me lo sono sentita accanto,
mentre pensavo a lui. Ed era sicuramente al mio fianco mentre
scendevo le scale, affannata perché non volevo farlo aspettare.
E invece non c’era.
Domani, forse. Non gli posso telefonare, ma nemmeno mi voglio
concedere la tristezza che mi attanaglia continuamente in
questi ultimi tempi quando penso a lui e mi sembra che non
sia come sempre. Però ogni volta che risento la sua voce ecco
che la magia torna, appena dice «ti amo» tutto è di nuovo
come prima. A volte mi fermo e mi costringo a pensare al nostro
futuro. Sì, lui mi ha detto tante volte che bisogna vivere
giorno per giorno, che mi ama e che prima o poi qualcosa di
bello per noi due succederà. Eppure...
Sto prendendo lezioni di inglese. Questo perché il professore
l’ha raccomandato tante volte a mia madre, dicendole che sono
troppo indietro e non devo farmi rovinare la media solo per
una materia. Così tre volte la settimana mi tocca andare fino
a Termini con la metropolitana A, che è sempre più affollata
per via del Giubileo. Oggi c’era più ressa del solito e faceva
un caldo soffocante, intriso degli odoracci della gente che
suda in quei vagoni opprimenti. Anch’io sgocciolavo come una
fontana, schiacciata dalla gente. A un certo punto mi girava
la testa e mi sentivo svenire. Ma mi sono retta forte, cercando
come faccio sempre – ma è inutile, comunque – di non appoggiarmi
agli altri. Per un attimo ho avuto chiara la visione di Gianni,
dei suoi begli occhi verdi, della forza che mi dà. Mi sentivo
tanto debole che per la prima volta da un sacco di tempo ho
pensato anche alla mia morte. Ma non mi importa di morire,
se avrò vissuto con lui per tutta la vita. Anche in una circostanza
così tragica come quella della morte saprei sorridere se avessi
lui accanto.
Arrivata al corso di inglese, non ho saputo far altro che
disegnare fiorellini e cuoricini sul quaderno. Lo so che è
una cosa sciocca, ma l’insegnante non fa nulla per aiutarmi.
Si accorge che non ascolto e mi guarda con quel sorriso comprensivo.
Si chiama Irene, è olandese. Una volta le ho detto che sono
innamorata di Gianni. Le ho raccontato tutto di noi. Mi ha
fissato per un attimo pensierosa sotto la frangia bionda che
le dà un’aria sbarazzina anche se ha superato i quaranta.
Poi è scoppiata a ridere, come fa lei di solito quando non
sa come concludere. Ma non ha detto nulla. E da allora non
le ho più parlato dei cavoli miei.
Piccole frecce mi si piantano nello stomaco. Gianni, lo so
che mi ami, ma io desidero tanto la tua presenza e quando
ti vedo non mi basta mai. Oggi sono stata dalla parrucchiera
per farmi tagliare un po’ i capelli. Grazia mi aveva promesso
che sarebbe venuta con me invece all’ultimo mi ha telefonato
che non poteva venire perché doveva stare a casa con suo fratello
che ha la febbre. Speravo di avere l’occasione per parlare
un po’ con lei. Da quando abbiamo finito le medie e io sono
andata al liceo, mentre lei non ha voluto continuare a studiare,
ci vediamo sempre di meno. È un peccato però perché non ho
più trovato amiche come lei. Così, dalla parrucchiera, mi
sono dovuta sorbire le chiacchiere di tutte quelle donnette
che parlano solo di uomini e di pettegolezzi. Raccontano la
propria vita senza nessuno scrupolo. E pensare che io non
riesco quasi mai a confidarmi con qualcuno. Forse perché immagino
già dall’inizio che non mi capiscano. E così mi risparmio
la fatica. Però mi accorgo anche che mi manca una confidente
della mia età. Eppure quando provo a parlare con qualcuno,
come per esempio a una mia compagna di classe, mi succede
spesso di sentire totale indifferenza come unica risposta.
Se insisto, anche solo parlando di sciocchezze, improvvisamente
l’indifferenza si tramuta in insofferenza (due parole così
simili del resto) e poi in odio. Quello vero, tutto nero a
strisce rosse. E dopo non c’è più niente da fare, niente da
dire. Poi mi ritrovo ancora una volta da sola, l’unica vera
compagnia è la mia città, questa Roma così grande e variegata
che mi fa quasi venire le vertigini. Eppure con tutti i suoi
difetti, con la metro che non funziona, e tutte le altre cose
che interessano più ai grandi che a me, io amo lo stesso questa
città. Anche se non è di Roma, Gianni vive qui. E tanto basta.
Respira la stessa aria (be’ forse gli stessi gas di scarico,
ma è uguale), e si bagna della stessa pioggia quando vengono
quei temporali terribili... Comunque dicevo oggi dalla parrucchiera.
Mi sono addormentata come una scema mentre mi stavano asciugando
i capelli con il phon e deve essere stato solo un attimo.
Ma stavo già sognando Gianni e il suo sorriso, le sue parole
d’amore. Per fortuna questa sera lo vedrò.
Oggi pomeriggio stavo andando alla lezione di inglese quando
ho incontrato Gianni. L’ho visto da lontano e l’ho riconosciuto
subito ma poi ho pensato «no, non è possibile che sia lui»
e ancora, rallentando il passo per non arrendermi all’evidenza:
«diommio fa che non sia lui» e se avessi conosciuto mille
preghiere le avrei recitate tutte di corsa. Mi sono fermata.
Dritta come un palo in mezzo al marciapiede, incurante della
gente che mi spintonava. Tutto questo perché non volevo credere
a quello che vedevo. Gianni abbracciato a un’altra! Una scena
patetica poi, facevano quattro passi e si davano bacetti per
strada come due scemi! Lei alta, bella, elegantissima come
io non saprò essere mai nemmeno se e quando sarò ricca perché
si vede quando una nasce con i soldi già in tasca e non ha
bisogno di imparare nulla, c’è come un sesto senso che accompagna
le bimbe più fortunate di quanto io sia mai stata. Sanno sempre
cosa mettersi. E hanno sicuramente buon gusto in fatto di
uomini. Gianni mi è passato davanti, io impietrita a guardarlo
e mi ha lanciato appena un’occhiata. Poi ha fatto un sorrisetto,
come se si sentisse tanto sicuro di sé. E questo mi ha fatto
imbestialire. Così invece di proseguire per la scuola di inglese,
ho seguito loro. Non so cosa mi ha preso. Ma ho fatto benissimo.
Perché potevano andare chissà in quanti posti, invece hanno
fatto ancora poche decine di metri e sono entrati in un portone.
C’era una sola grande targa a fianco all’ingresso: «Fly edizioni
discografiche».
Sono tornata a casa e mi sono chiusa subito in camera mia.
Mamma non c’era e non ho dovuto spiegarle come mai sono rientrata
così presto. Ho controllato sugli ultimi CD di Gianni e ci
ho trovato lo stesso logo che ho visto oggi pomeriggio. Quello
della Fly. La sua nuova casa discografica. Poi ho preso un
fascio di riviste e ho iniziato a guardare gli articoli su
Gianni. Un giornalista particolarmente sveglio mi aveva già
detto su Top Young, un paio di mesi fa, che
Gianni stava per fidanzarsi con la figlia di un noto produttore
discografico e c’era pure la loro foto insieme. È quella che
stava con lui per strada chiaramente. Ma io non avevo più
saputo niente dai giornali e pensavo fosse finita. Ho buttato
tutte le videocassette dei concerti di Gianni in un sacco
dell’immondizia, poi sono corsa fuori, appena prima che passasse
il camion a svuotare i cassonetti. L’ho visto da lontano e
ho aspettato che arrivasse. Con il traffico ci ha messo una
ventina di minuti a fare trecento metri. Ma volevo vederlo
mentre agganciava il cassonetto e lo svuotava nel suo ventre
gravido di spazzatura. Quando se ne è andato il camion, per
sicurezza, ho aperto il cassonetto, malgrado il fetore ho
guardato bene sul fondo. Non c’era più niente. Ho cancellato
una parte di lui. L’ho gettato via come roba vecchia, che
non serve più.
Questa notte non ho dormito e questa mattina avevo una faccia
che mi sembrava una camicia vecchia strizzata dentro un sacchetto
troppo piccolo.
Però mi sono fatta coraggio e sono andata a scuola lo stesso.
Ma prima di uscire ho preso tutto quello che mi serviva dal
cassetto in cucina. Ho deciso. Gianni mi deve delle spiegazioni.
Non può certo cavarsela così. L’ho visto un sacco di volte
in tv e ai concerti. L’ho seguito nei posti più dimenticati
da dio, persino a Cerveteri, e sono tornata quasi sempre in
autostop, di notte. Mi ha raccontato per anni che mi amava,
in tutte le sue canzoni. E adesso se la fa con quella smorfiosa.
Se fosse stata una come me avrei anche potuto accettare, capire.
Ma così è pure disonesto. Se è una cosa di interesse, lo stimo
molto di meno... no anzi non lo stimo affatto. Lo odio. Dopo
la scuola sono andata davanti al portone della Fly. A via
Cavour c’è tanta gente e nessuno fa caso a una ragazza, anche
se è da sola. Nessuno fa mai caso a me. Nemmeno Gianni perché
mi ha firmato almeno trenta autografi. Eppure non mi ha riconosciuta
quando è entrato nel portone.
Ho aspettato tutto il tempo che potevo. Ma non è uscito. Erano
le sette quando sono andata via. Oggi non c’era nemmeno il
corso di inglese. Però mamma quando sono rientrata stava guardando
la tv e non mi ha nemmeno salutata. Regolare!
Ma domani ci riprovo e lo aspetto davanti alla Fly fino a
sera. Che mi frega se mamma si arrabbia?
Gianni
Tozzi sta uscendo dal portone della Fly quando una ragazzina
gli si butta addosso. Ha pensato che sia una delle solite
ammiratrici, quelle pazze scatenate che lo assalgono
per baciarlo sulle labbra. Stupide puttanelle
pensa. Ma da un po’ di tempo la cosa gli dà più fastidio del
solito. Isabella è molto gelosa anche se sa di non aver nulla
da temere.
Ma questa ragazza, che gli si sta incollando al corpo, ha
qualcosa di diverso dalle altre. Innanzitutto non urla. Non
sorride. E nei suoi occhi non si legge desiderio, solo odio.
L’odio, infatti, è tutto quel che prova Katiuscia in quel
momento. Odio per se stessa, per aver coltivato tanto a lungo
le illusioni che oggi poi hanno finito per portarla qui. Odio
per Gianni, che l’ha illusa di poter avere qualcosa di più
della solita squallida vita al terzo piano di un’altrettanto
squallido condominio, che le ha fatto credere nell’amore,
un amore che è impossibile perfino da concepire perché non
esiste...
E gli si stringe contro affannosamente, solleva la testa,
lo guarda se solo lui non avesse quell’espressione
infastidita pensa e si rende conto che erano tutte
bugie, quelle che lui ha raccontato a lei e a un sacco di
altre ragazze come lei. Gli ha appoggiato la testa sulla spalla
e sente l’odore acre del sudore di lui, come quello di cento
altri sulla metropolitana. Ha stretto più forte il coltello.
E lui sobbalza contro di lei; la stringe mentre lo colpisce.
La fissa senza capire. E quello sguardo è cambiato, ora è
tenero, gli occhi sono quelli di un bambino, forse anche quelli
del ragazzo innamorato che Gianni Tozzi ha saputo essere solo
nelle canzoni. Però è bastato quello sguardo a Katiuscia per
farla infuriare ancora di più perché non mi hai guardato
così ieri... mentre stavi con l’altra... e prima che
lui cada, prima che la prendano e la portino via dal cadavere
di lui, lo ha colpito ancora, gli ha affondato il coltello
nel cuore con tutta la forza che ha. È il solo modo che ha
avuto per possederlo veramente. Eppure le basta.
Alda Teodorani
ha pubblicato racconti in varie antologie, tra cui la recentissima
Le ragazze con la pistola (Flaccovio Editore) e la celeberrima
Gioventù Cannibale (Einaudi, 1996) a cura di Daniele Brolli.
Tra i suoi numerosi libri ricordiamo: Giù, nel delirio (Granata
Press), Labbra di Sangue (Datanews), Organi e Sesso col coltello
(Stampa Alternativa), Le radici del male, Belve e La signora
delle torture (Addictions).
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