PICCOLE ANNOTAZIONI PER UN AMORE IMPOSSIBILE

di Alda Teodorani

 

Oggi quando sono uscita da scuola non c’era Gianni ad aspettarmi. Peccato perché ho pensato a lui per tutta la mattina, persino durante l’ora di ginnastica che è di sicuro la più divertente. Ho immaginato che, finite le lezioni, l’avrei trovato fuori dal portone. Con il suo magnifico sorriso e le sue parole dolci, che sa inventare solo per me. Me lo sono sentita accanto, mentre pensavo a lui. Ed era sicuramente al mio fianco mentre scendevo le scale, affannata perché non volevo farlo aspettare. E invece non c’era.
Domani, forse. Non gli posso telefonare, ma nemmeno mi voglio concedere la tristezza che mi attanaglia continuamente in questi ultimi tempi quando penso a lui e mi sembra che non sia come sempre. Però ogni volta che risento la sua voce ecco che la magia torna, appena dice «ti amo» tutto è di nuovo come prima. A volte mi fermo e mi costringo a pensare al nostro futuro. Sì, lui mi ha detto tante volte che bisogna vivere giorno per giorno, che mi ama e che prima o poi qualcosa di bello per noi due succederà. Eppure...

Sto prendendo lezioni di inglese. Questo perché il professore l’ha raccomandato tante volte a mia madre, dicendole che sono troppo indietro e non devo farmi rovinare la media solo per una materia. Così tre volte la settimana mi tocca andare fino a Termini con la metropolitana A, che è sempre più affollata per via del Giubileo. Oggi c’era più ressa del solito e faceva un caldo soffocante, intriso degli odoracci della gente che suda in quei vagoni opprimenti. Anch’io sgocciolavo come una fontana, schiacciata dalla gente. A un certo punto mi girava la testa e mi sentivo svenire. Ma mi sono retta forte, cercando come faccio sempre – ma è inutile, comunque – di non appoggiarmi agli altri. Per un attimo ho avuto chiara la visione di Gianni, dei suoi begli occhi verdi, della forza che mi dà. Mi sentivo tanto debole che per la prima volta da un sacco di tempo ho pensato anche alla mia morte. Ma non mi importa di morire, se avrò vissuto con lui per tutta la vita. Anche in una circostanza così tragica come quella della morte saprei sorridere se avessi lui accanto.
Arrivata al corso di inglese, non ho saputo far altro che disegnare fiorellini e cuoricini sul quaderno. Lo so che è una cosa sciocca, ma l’insegnante non fa nulla per aiutarmi. Si accorge che non ascolto e mi guarda con quel sorriso comprensivo. Si chiama Irene, è olandese. Una volta le ho detto che sono innamorata di Gianni. Le ho raccontato tutto di noi. Mi ha fissato per un attimo pensierosa sotto la frangia bionda che le dà un’aria sbarazzina anche se ha superato i quaranta. Poi è scoppiata a ridere, come fa lei di solito quando non sa come concludere. Ma non ha detto nulla. E da allora non le ho più parlato dei cavoli miei.

Piccole frecce mi si piantano nello stomaco. Gianni, lo so che mi ami, ma io desidero tanto la tua presenza e quando ti vedo non mi basta mai. Oggi sono stata dalla parrucchiera per farmi tagliare un po’ i capelli. Grazia mi aveva promesso che sarebbe venuta con me invece all’ultimo mi ha telefonato che non poteva venire perché doveva stare a casa con suo fratello che ha la febbre. Speravo di avere l’occasione per parlare un po’ con lei. Da quando abbiamo finito le medie e io sono andata al liceo, mentre lei non ha voluto continuare a studiare, ci vediamo sempre di meno. È un peccato però perché non ho più trovato amiche come lei. Così, dalla parrucchiera, mi sono dovuta sorbire le chiacchiere di tutte quelle donnette che parlano solo di uomini e di pettegolezzi. Raccontano la propria vita senza nessuno scrupolo. E pensare che io non riesco quasi mai a confidarmi con qualcuno. Forse perché immagino già dall’inizio che non mi capiscano. E così mi risparmio la fatica. Però mi accorgo anche che mi manca una confidente della mia età. Eppure quando provo a parlare con qualcuno, come per esempio a una mia compagna di classe, mi succede spesso di sentire totale indifferenza come unica risposta. Se insisto, anche solo parlando di sciocchezze, improvvisamente l’indifferenza si tramuta in insofferenza (due parole così simili del resto) e poi in odio. Quello vero, tutto nero a strisce rosse. E dopo non c’è più niente da fare, niente da dire. Poi mi ritrovo ancora una volta da sola, l’unica vera compagnia è la mia città, questa Roma così grande e variegata che mi fa quasi venire le vertigini. Eppure con tutti i suoi difetti, con la metro che non funziona, e tutte le altre cose che interessano più ai grandi che a me, io amo lo stesso questa città. Anche se non è di Roma, Gianni vive qui. E tanto basta. Respira la stessa aria (be’ forse gli stessi gas di scarico, ma è uguale), e si bagna della stessa pioggia quando vengono quei temporali terribili... Comunque dicevo oggi dalla parrucchiera. Mi sono addormentata come una scema mentre mi stavano asciugando i capelli con il phon e deve essere stato solo un attimo. Ma stavo già sognando Gianni e il suo sorriso, le sue parole d’amore. Per fortuna questa sera lo vedrò.

Oggi pomeriggio stavo andando alla lezione di inglese quando ho incontrato Gianni. L’ho visto da lontano e l’ho riconosciuto subito ma poi ho pensato «no, non è possibile che sia lui» e ancora, rallentando il passo per non arrendermi all’evidenza: «diommio fa che non sia lui» e se avessi conosciuto mille preghiere le avrei recitate tutte di corsa. Mi sono fermata. Dritta come un palo in mezzo al marciapiede, incurante della gente che mi spintonava. Tutto questo perché non volevo credere a quello che vedevo. Gianni abbracciato a un’altra! Una scena patetica poi, facevano quattro passi e si davano bacetti per strada come due scemi! Lei alta, bella, elegantissima come io non saprò essere mai nemmeno se e quando sarò ricca perché si vede quando una nasce con i soldi già in tasca e non ha bisogno di imparare nulla, c’è come un sesto senso che accompagna le bimbe più fortunate di quanto io sia mai stata. Sanno sempre cosa mettersi. E hanno sicuramente buon gusto in fatto di uomini. Gianni mi è passato davanti, io impietrita a guardarlo e mi ha lanciato appena un’occhiata. Poi ha fatto un sorrisetto, come se si sentisse tanto sicuro di sé. E questo mi ha fatto imbestialire. Così invece di proseguire per la scuola di inglese, ho seguito loro. Non so cosa mi ha preso. Ma ho fatto benissimo. Perché potevano andare chissà in quanti posti, invece hanno fatto ancora poche decine di metri e sono entrati in un portone. C’era una sola grande targa a fianco all’ingresso: «Fly edizioni discografiche».
Sono tornata a casa e mi sono chiusa subito in camera mia. Mamma non c’era e non ho dovuto spiegarle come mai sono rientrata così presto. Ho controllato sugli ultimi CD di Gianni e ci ho trovato lo stesso logo che ho visto oggi pomeriggio. Quello della Fly. La sua nuova casa discografica. Poi ho preso un fascio di riviste e ho iniziato a guardare gli articoli su Gianni. Un giornalista particolarmente sveglio mi aveva già detto su
Top Young, un paio di mesi fa, che Gianni stava per fidanzarsi con la figlia di un noto produttore discografico e c’era pure la loro foto insieme. È quella che stava con lui per strada chiaramente. Ma io non avevo più saputo niente dai giornali e pensavo fosse finita. Ho buttato tutte le videocassette dei concerti di Gianni in un sacco dell’immondizia, poi sono corsa fuori, appena prima che passasse il camion a svuotare i cassonetti. L’ho visto da lontano e ho aspettato che arrivasse. Con il traffico ci ha messo una ventina di minuti a fare trecento metri. Ma volevo vederlo mentre agganciava il cassonetto e lo svuotava nel suo ventre gravido di spazzatura. Quando se ne è andato il camion, per sicurezza, ho aperto il cassonetto, malgrado il fetore ho guardato bene sul fondo. Non c’era più niente. Ho cancellato una parte di lui. L’ho gettato via come roba vecchia, che non serve più.

Questa notte non ho dormito e questa mattina avevo una faccia che mi sembrava una camicia vecchia strizzata dentro un sacchetto troppo piccolo.
Però mi sono fatta coraggio e sono andata a scuola lo stesso. Ma prima di uscire ho preso tutto quello che mi serviva dal cassetto in cucina. Ho deciso. Gianni mi deve delle spiegazioni. Non può certo cavarsela così. L’ho visto un sacco di volte in tv e ai concerti. L’ho seguito nei posti più dimenticati da dio, persino a Cerveteri, e sono tornata quasi sempre in autostop, di notte. Mi ha raccontato per anni che mi amava, in tutte le sue canzoni. E adesso se la fa con quella smorfiosa. Se fosse stata una come me avrei anche potuto accettare, capire. Ma così è pure disonesto. Se è una cosa di interesse, lo stimo molto di meno... no anzi non lo stimo affatto. Lo odio. Dopo la scuola sono andata davanti al portone della Fly. A via Cavour c’è tanta gente e nessuno fa caso a una ragazza, anche se è da sola. Nessuno fa mai caso a me. Nemmeno Gianni perché mi ha firmato almeno trenta autografi. Eppure non mi ha riconosciuta quando è entrato nel portone.
Ho aspettato tutto il tempo che potevo. Ma non è uscito. Erano le sette quando sono andata via. Oggi non c’era nemmeno il corso di inglese. Però mamma quando sono rientrata stava guardando la tv e non mi ha nemmeno salutata. Regolare!
Ma domani ci riprovo e lo aspetto davanti alla Fly fino a sera. Che mi frega se mamma si arrabbia?

Gianni Tozzi sta uscendo dal portone della Fly quando una ragazzina gli si butta addosso. Ha pensato che sia una delle solite ammiratrici, quelle pazze scatenate che lo assalgono per baciarlo sulle labbra. Stupide puttanelle pensa. Ma da un po’ di tempo la cosa gli dà più fastidio del solito. Isabella è molto gelosa anche se sa di non aver nulla da temere.
Ma questa ragazza, che gli si sta incollando al corpo, ha qualcosa di diverso dalle altre. Innanzitutto non urla. Non sorride. E nei suoi occhi non si legge desiderio, solo odio. L’odio, infatti, è tutto quel che prova Katiuscia in quel momento. Odio per se stessa, per aver coltivato tanto a lungo le illusioni che oggi poi hanno finito per portarla qui. Odio per Gianni, che l’ha illusa di poter avere qualcosa di più della solita squallida vita al terzo piano di un’altrettanto squallido condominio, che le ha fatto credere nell’amore, un amore che è impossibile perfino da concepire perché non esiste...
E gli si stringe contro affannosamente, solleva la testa, lo guarda
se solo lui non avesse quell’espressione infastidita pensa e si rende conto che erano tutte bugie, quelle che lui ha raccontato a lei e a un sacco di altre ragazze come lei. Gli ha appoggiato la testa sulla spalla e sente l’odore acre del sudore di lui, come quello di cento altri sulla metropolitana. Ha stretto più forte il coltello. E lui sobbalza contro di lei; la stringe mentre lo colpisce. La fissa senza capire. E quello sguardo è cambiato, ora è tenero, gli occhi sono quelli di un bambino, forse anche quelli del ragazzo innamorato che Gianni Tozzi ha saputo essere solo nelle canzoni. Però è bastato quello sguardo a Katiuscia per farla infuriare ancora di più perché non mi hai guardato così ieri... mentre stavi con l’altra... e prima che lui cada, prima che la prendano e la portino via dal cadavere di lui, lo ha colpito ancora, gli ha affondato il coltello nel cuore con tutta la forza che ha. È il solo modo che ha avuto per possederlo veramente. Eppure le basta.


Alda Teodorani ha pubblicato racconti in varie antologie, tra cui la recentissima Le ragazze con la pistola (Flaccovio Editore) e la celeberrima Gioventù Cannibale (Einaudi, 1996) a cura di Daniele Brolli. Tra i suoi numerosi libri ricordiamo: Giù, nel delirio (Granata Press), Labbra di Sangue (Datanews), Organi e Sesso col coltello (Stampa Alternativa), Le radici del male, Belve e La signora delle torture (Addictions).

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