Napolinoir ospita un eccellente racconto horror firmato
da Pasquale Ruju, sceneggiatore del bonelliano “Dylan
Dog” e del nuovissimo “Demian”. Un particolare
grazie a Pasquale per la gentile concessione.

REPARTO
di Pasquale Ruju
- Allora, come la sta quest’oggi, il sior Silvestri?
Eccola là, Margherita. La mia infermiera. Vent’anni,
capelli rossicci, occhi verdissimi. Voce gentile dal marcato
accento veneto. Si china su di me per sistemarmi il cuscino
sotto la nuca, e il camice le struscia contro la coperta.
Avverto il suo profumo: un’essenza a buon mercato, però
gradevole. Le sta bene addosso. Le si addice.
- Cos’è, arrabbiato con me, che non la mi vol
dir gnente?
- No, no. Va tutto bene, Margherita. Hai un buon profumo.
- Grazie. E’ “Meridian”, di quella casa
francese... Com’è che la si chiama, non ricordo.
C’ho una testa, oggi... Me l’ha regalato Martino,
per il nostro anniversario.
- E’ il tuo fidanzato, Martino?
- Sì, sior. Ci sposiamo quest’altr’anno,
appena ch’el gh’ha fenìo la casa.
- Tanti auguri.
Sorride, e si gira per sistemarmi la coperta sulle gambe.
Ha un bellissimo culo, Margherita. Non si direbbe vedendola
dal davanti, minuta e magrolina com’è. Alta,
snella, seno piccolo, sedere rotondo...
Il corpo di Cristina.
Dio...
Il ricordo dell’incidente mi arriva addosso come un
treno merci. Chiudo gli occhi, riempiendo i polmoni d’aria,
stringendo i denti fino a che non scricchiolano. Aspetto che
passi. Margherita se ne accorge. Di nuovo il suo profumo,
più acuto: è vicinissima ora. Mi posa una mano
sulla fronte.
- Non serve starghe a pensar... La fa star mal, sior Silvestri.
Cerchi di distrarse... Le accendo la tivù?
- No, grazie. - Riapro gli occhi - A che ora... A che ora
arriva il dottore?
- Alle otto e mezza. Dovrebbe essere già qui. Solitamente
el ghe xè puntuale...
- Carissimo Silvestri!
Il dottor Laganà, alto e secco come un palo, faccia
da faina triste, entra nella stanza a passo di carica, tallonato
da due assistenti. Mi rivolge un’occhiata critica, di
quelle che ti spingono irresistibilmente a portare le mani
ai cosiddetti.
- Uuuh, che brutta cera abbiamo oggi. Non la vedo bene, sa?
Non la vedo bene per niente. Sente ancora quei dolorini alla
nuca?
- Ogni tanto.
- Sempre forti?
- Sempre.
- Mmm... Il trauma cranico non si è riassorbito del
tutto... I primi due giorni di solito è così.
A rischio. - Mi ritocco sotto le coperte, cercando di non
farmene accorgere. Lui continua, imperturbabile - La schiena
e il ginocchio però vanno meglio, no?
- Pare che non finirò su una sedia a rotelle, per questa
volta.
- Fa bene a scherzarci sopra, Silvestri. Si tenga su di morale,
mi raccomando. La rivedo domani mattina. Buona giornata.
- Buona giornata a lei.
Laganà e i suoi tirapiedi scompaiono così in
fretta che mi stupisco di non vedere una piccola nuvola bianca
sulla loro scia, come nei fumetti. Margherita sta finendo
di rassettare la camera. Mi fissa comprensiva con i suoi bei
fanali verdi.
- Povero dottor... Gh’ha cossì tanta gente da
visitar, la mattina... Per questo el va di corsa...
- Dev’essere il suo passo naturale, ormai.
- Oh, già... Beh, io gh’ho fenìo. Vado
a sistemar la siora Matteucci, nella camera di là.
Ma s’el g’ha bisogno chiami, eh? Non me faga stare
in pensier.
- Margherita...
- Sì?
- Grazie, sei molto gentile.
- Dovere, dovere... - Esce anche Margherita, con un fruscio
del camice immacolato. Il suo profumo aleggia ancora intorno
al letto, mi tiene compagnia, ma non riesce a scacciare i
ricordi.
Chiudo di nuovo gli occhi.
Rivedo tutto come in un film. Sempre la stessa sequenza.
Esterno notte. La BMW 330 coupé del noto regista pubblicitario
Giulio Silvestri percorre a velocità sostenuta la tangenziale
di Milano in direzione Linate. C’è nebbia, e
quasi tutte le altre vetture procedono adagio, incolonnate
sulla destra. Ma Silvestri no. Silvestri, testa di cazzo com’è,
accelera. Spara tutta la fanaleria, lampeggiando feroce a
chi gli ostruisce la corsia di sorpasso, illuminando la carreggiata
tipo curva di San Siro. La BMW sfreccia a centottanta, centonovanta
all’ora, sfiora il guardrail, buca la nebbia come un
proiettile.
Ora la cinepresa inquadra l’interno della macchina.
Sedili in pelle, radica, navigatore satellitare. Musica tecno
a palla dal multi-CD. Silvestri al volante, serio come un
lupo.
Accanto a lui, Cristina Costa. Gli spettatori la riconoscono
subito: è quella che si spoglia sulla spiaggia, nello
spot del più famoso aperitivo d’Italia. Dalla
mattina presto uno accende il televisore e ogni venti minuti
al massimo, tataaaa! Cristina Costa di schiena, tra le palme.
Ancheggia da paura. Lascia cadere il pareo, una nuvola di
seta rossa sulla sabbia, e corre verso il Mar dei Caraibi
con addosso solo un minuscolo perizoma. Il suo didietro abbronzato
buca lo schermo.
Stacco sull’aperitivo, bottiglia di forma fallica, slogan
di coda recitato da uno speaker insinuante. Un’idea
vecchia come il mondo - culo, palme, mare e aperitivo - riproposta
in modo più accattivante del solito.
Risultato: Mariti allupati, eterne disquisizioni al bar su
complicate e improbabili maratone sessuali in compagnia della
signorina Costa, battute sarcastiche delle casalinghe, adolescenti
insonni che passano le notti a cercare le foto di Cristina
su Internet, martellando la tastiera del PC con una mano sola.
Proteste ufficiali da parte di alcuni comitati cattolici.
L’aperitivo più famoso d’Italia diventa
ancora più famoso. Cristina Costa si guadagna una candidatura
per il prossimo Sanremo.
E Giulio Silvestri, il regista dello spot, si regala la nuova
BMW.
Primo piano di Cristina, seduta rigida sul sedile. Ci offre
il suo profilo sinistro, il migliore. Non parla. Controcampo:
Giulio le rivolge un sorriso sarcastico. E’ parecchio
incazzato, Giulio.
Quasi quanto lei.
GIULIO - Allora?
CRISTINA - Allora che?
GIULIO - Vuoi continuare a fare la stronza fino all’aeroporto
o ne possiamo parlare?
CRISTINA - Perché, che cosa c’è da dire?
GIULIO - Niente c’è, da dire. C’è
solo da ripetere. Ti ripeto che non mi sono portato a letto
la Cinzia Galli. Posso mettermi in loop, se vuoi: non mi sono
scopato la Galli, non mi sono scopato la Galli, non mi sono
scopato la Galli...
CRISTINA - Smettila. Tanto non ci credo.
GIULIO - Ma ti pare che uno che si è appena fidanzato
con la Meglio Stragnocca d’Italia, la regina del coso,
lì, dell’aperitivo... Si gioca tutto per una
storiella di sesso con una vecchia ex seppellita da anni?
CRISTINA - (Spalanca gli occhi) Come mi hai chiamato?
GIULIO - (Sorride sincero, stavolta) La Meglio Stragnocca
d’Italia... E aggiungerei al titolo quello di Vagina
Unica dell’Universo Mondo, Imperiale Culo Supremo d’Ogni
Tempo, Trombata Totale dell’Evo Moderno, Femmina Assoluta
del cuore sanguinante di questo (gigioneggia) umile mortale...
CRISTINA - Tu... Tu sei troppo scemo...
GIULIO - Lo so, lo so... Sono creativo... Ecco perché
riesco sempre a farmi perdonare...
CRISTINA - E chi ha detto che ti ho perdonato? Prima ti devo
riempire di corna... Aaah, tremenda vendetta! In aereo mi
farò il comandante, il vice, lo steward, perfino le
hostess... Ti giuro che non passerai più dalle porte,
graffierai i soffitti, tirerai giù i lampadari...
GIULIO - Mmm... Anche le hostess, hai detto?
CRISTINA - Maniaco pervertito...
GIULIO - Senti, perché invece non facciamo la pace?
Ci troviamo un posticino tranquillo e ce ne stiamo io e te
da soli... E poi mi metti tutte le corna che ti pare, se vuoi.
Ci devi proprio andare a quella sfilata?
CRISTINA - Certo che ci devo andare, Oddio... (Guarda l’orologio)
L’aereo per Roma parte fra ventotto minuti!
GIULIO - Tranquilla, ci siamo quasi.
CRISTINA - Devo fare il check-in... Le valige! Se perdo quel
volo il mio agente mi sodomizza. Accelera!
GIULIO - Guarda che sono già a manetta! E c’è
questa nebbia del cazzo che...
CRISTINA - (Urlando) ATTENTO!!!
Un furgone che procede a non più di ottanta all’ora
invade la corsia davanti a Giulio, per superare una Smart.
Giulio lo vede solo all’ultimo momento, si attacca ai
freni. La fiancata della BMW sfrigola contro il guardrail
con una cascata di scintille, le gomme artigliano l’asfalto.
La decelerazione è violenta.
Né Giulio né Cristina hanno allacciata la cintura
di sicurezza.
La sequenza continua al rallentatore. I rumori diventano grevi,
distorti, come quando si fa girare a mano un vecchio disco
al vinile.
La BMW si avvicina sempre di più alla coda del furgone,
sbandando leggermente. L’avantreno saltella, l’ABS
lavora contro il bloccaggio delle ruote ma non c’è
abbastanza spazio per evitare l’urto. E’ la Fisica
a prendere in mano la situazione.
A decidere della vita e della morte.
Il paraurti anteriore dell’auto si incastra sotto quello
posteriore del furgone e inizia lentissimamente ad accartocciarsi.
Il cofano metallizzato si impenna, i fari alogeni esplodono,
l’airbag erompe dal volante, colpisce duramente il petto
di Giulio, mozzandogli il fiato.
Il secondo airbag, quello di Cristina, invece non funziona.
Forse un difetto di fabbrica, chissà... Lei viene proiettata
in avanti, sempre al rallentatore. Spalanca progressivamente
la bocca nel tentativo di gridare, urta il parabrezza con
la fronte, lo sfonda. Linee di frattura si allargano sul cristallo
come cerchi nell’acqua. Un vortice di schegge luccicanti
invade l’abitacolo. Galleggiano nell’aria intorno
a Giulio come piccole stelle.
Schizzi di sangue sul cruscotto in radica. L’occhio
sinistro di Cristina esce dalla sua orbita. Gira su sé
stesso, piano, assurdamente piano. La pupilla si fissa su
Giulio per un lungo momento.
Poi l’occhio viene spinto fuori, oltre il parabrezza
distrutto. Nel buio.
Il corpo di Cristina rimbalza di lato, contro lo sportello.
Gli airbag laterali si gonfiano, la gettano addosso a Giulio,
poi di nuovo sul cruscotto. Le costole di lei si polverizzano,
le vertebre cervicali si separano. I denti bianchi, perfetti,
vengono sbriciolati.
Meccanica al lavoro. Dinamica, Cinematica... Vettori contro
altri vettori, contro altri vettori.
Milioni di equazioni confuse nella danza ruggente del Caos.
Il furgone viene spinto verso il centro della carreggiata.
La BMW gira su sé stessa e comincia a ribaltarsi. Olio,
benzina, frammenti di gomma e di metallo si spandono nell’aria.
E dentro l’auto, fra le lamiere, carne dilaniata, macinata,
urlante.
L’orrore...
La sequenza al rallentatore si interrompe. L’universo
intero accelera di colpo. BAM! Di nuovo in tempo reale: la
BMW rotola, sbatte, rotola, sbatte. Stridore di freni tutto
intorno, altri cozzi di lamiera contro lamiera, clacson, grida.
L’incidente ha ostruito la carreggiata, provocando numerosi
tamponamenti. Ci sono feriti, ustionati, contusi.
Rotola, sbatte, rotola. E alla fine si ferma. La BMW è
una carcassa fumante, posata su un fianco. Una delle ruote
posteriori gira piano. Il multi-CD, montato su un supporto
elastico, continua a funzionare. La musica raggiunge un volume
allucinante ora che la macchina è immobile. Copre i
lamenti, il gemito del metallo, il gocciolare del sangue.
Giulio non ha perso conoscenza. Non sente dolore, probabilmente
a causa dello shock. L’airbag prima di sgonfiarsi lo
ha trattenuto contro il sedile, salvandogli la vita.
Solo dopo qualche istante lui trova il coraggio di guardare
il corpo di Cristina, che giace scomposto a pochi centimetri
dal suo.
Un pupazzo disarticolato, la caricatura di uno scultore folle.
E non è neppure morta. Non ancora. Si spegnerà
sull’ambulanza in corsa verso l’ospedale, fra
pochi minuti. Per il momento gorgoglia e sussulta. Gorgoglia
e sussulta, come una rana squartata, agonizzante.
Quando i soccorritori lo estraggono dall’auto distrutta,
Giulio sta ancora urlando.
Emergo
dal buio. Devo essermi assopito senza rendermene conto. Sono
fradicio di sudore. Maledetto incubo... La finestra della
camera è spalancata. Fuori è già notte.
Piove forte e le gocce rimbalzano sul davanzale, alimentando
una pozza che si allunga in mezzo al pavimento. Dovrò
chiamare Margherita, pregarla di chiudere le imposte. Strano
che non lo abbia già fatto, però. Non è
da lei.
C’è un silenzio insolito, al di là della
porta. Possibile che sia così tardi? Quando ho chiuso
gli occhi non erano neppure le nove del mattino. Ho dormito
per tutto il giorno?
Premo l’interruttore di chiamata che pende accanto allo
schienale del letto. Attendo.
Non arriva nessuno.
Forse Margherita ha finito il suo turno, forse è andata
a casa. Questo spiegherebbe la finestra aperta, non tutte
le infermiere sono coscienziose come lei.
Chiamo di nuovo.
Stavolta sento dei passi nel corridoio. Passi lenti, pesanti.
Una donnona si affaccia alla porta. Un buon metro e ottanta,
occhi porcini, capelli unti, rotoli di ciccia sotto il camice.
Chiazze scure all’altezza delle ascelle. Mi guarda con
cattiveria.
- Che cazzo c’è?
- La finestra è aperta. Piove. Si sta allagando tutto.
- E allora?
- E allora può chiuderla, per favore?
- Perché non te la chiudi da te, imbecille? Ce l’hai
le gambe, no?
Decido di fare il gentile. Qualcosa mi dice che è meglio
non inimicarsela, questa. E per il momento non sono in condizioni
di strangolarla.
- Senta, non posso muovermi. Ho avuto un incidente. La schiena...
- Seee, seee... Ogni scusa è buona per rompere le palle.
Come se non vi conoscessi, voialtri...
Raggiunge lentamente la finestra. La chiude. Poi si volta
verso di me, minacciosa.
- E ora dormi e zitto. Una regola: non disturbare Cassandra,
la notte. Mai. Nemmeno se ti stai pisciando addosso. Nemmeno
se ti senti male. Chiaro?
- Chiarissimo. Ma chi è Cassandra?
Mi punta contro un indice grosso come una salsiccia. Dev’essere
forte, la balena. Forte abbastanza da lussarmi un braccio
o una clavicola, con quelle manone. Così, per divertirsi...
- Mi prendi per il culo, stronzetto? Attento a te!
Esce sbattendo la porta. Cassandra... Può stare sicura
che non mi dimenticherò di lei. Anzi, ne parlerò
a Laganà appena arriva, domattina. Voglio proprio vedere
se...
Un urlo squarcia il silenzio. Non viene da lontano, forse
solo un paio di camere dalla mia. E’ una donna. Grida
come se la stessero scannando. Sento bestemmiare Cassandra,
poi altre voci, maschili. Passi di corsa. Un altro urlo, quasi
un raglio, subito soffocato.
E dopo, silenzio.
Provo ad alzarmi. La schiena però mi fa male, e non
sono sicuro che il ginocchio regga. Alle prime fitte di dolore
rinuncio. Potrei compromettere qualche giuntura, o peggio
ancora una vertebra, e non ho voglia di trascorrerci dei mesi,
qua dentro. Mi giro su un fianco, drizzando le orecchie. L’ospedale
sembra ridiventato una tomba.
Cerco di prendere nuovamente sonno, mentre la pioggia continua
a mitragliare le vetrate della finestra.
Alla fine ci riesco.
Non so quanto tempo sia passato, forse ore, forse pochi minuti.
Qualcuno spalanca la porta, sbattendola forte. Faccio un salto
nel letto, svegliandomi di colpo. Una fitta di dolore accecante
mi arriva dalla schiena al cervello. Boccheggio, senza fiato.
Gli occhi mi si riempiono di lacrime.
- Allora, Silvestri... Riposato bene? - La voce è stridula,
maschile. Nella stanza ci sono tre o quattro individui in
camice bianco. Li distinguo poco. Quello che ha parlato, un
tipo piccoletto, pelato, mi si avvicina.
- Sono il dottor Marbas, il suo nuovo medico curante.
Mi asciugo gli occhi con l’orlo del lenzuolo. Adesso
lo vedo bene, Marbas. Una faccia piena di rughe sottili, in
parte nascosta da occhiali spessi come fondi di bottiglia.
Occhi da rettile ingranditi dalle lenti, sinistri. Ma il peggio
è quando sorride. I suoi denti sono neri, di forma
irregolare. Sembrano divorati da una carie inarresta-bile.
Reprimo a fatica una smorfia di disgusto.
- E... E il dottor Laganà?
- Oh, lui è impegnato altrove, in questo momento. Ma
sono sicuro che noi due andremo d’accordo, vero Silvestri?
Lei mi sembra un tipo collaborativo...
Collaborativo?
- Che cosa intende dire?
- Intendo dire che non romperà i coglioni, Silvestri,
dato che quello che deciderò sarà soltanto per
il suo bene. Lei mi capisce.
Nelle sue ultime parole c’era un vago tono di minaccia.
Qualcosa di più che vago. Faccio il muto, mentre due
assistenti del dottor Marbas si portano ai lati del letto.
Sono diversi dagli studentelli di Laganà, questi. Sembrano
dei gorilla da locale notturno, grandi e grossi, pericolosi.
Uno mi tiene ferme le braccia, l’altro tira giù
le coperte. Sento freddo. Marbas mi esamina la nuca, la schiena,
il ginocchio. Ogni tanto bofonchia.
- Bene... Molto bene... Benissimo.
- Sto migliorando?
- Indubbiamente la schiena si è assestata. E il ginocchio
è praticamente a posto, ormai. Si tratterebbe solo
di aspettare ancora un po’, giusto per precauzione.
Ma c’è questa brutta storia del trauma cranico...
Lei lo sa com’è, nei primi due giorni...
- A rischio. - Ripeto le parole di Laganà, rimpiangendo
di non potermi toccare in pubblico.
- A rischio, esatto. Una lesione nella regione cefalica coinvolge
vari tipi di tessuto: cutaneo, osseo, e nervoso. Possono insorgere
una quantità di complicazioni. E a volte, nel giro
di pochi minuti... Tac! - Schiocca le dita. Il suono che fanno
non mi piace per niente - Per questo noi dobbiamo rimanere
vigili. Pronti. E se è il caso... Intervenire con decisione.
Marbas fa un cenno ai due gorilla, che mi lasciano le braccia.
Nessuno di loro si premura di ricoprirmi.
- Non faccia stronzate, Silvestri. Lei è solo un ospite
qui, per ora. Passerò a rivederla più tardi.
- Stronzate... In che senso?
- Nel senso di stronzate. Lei mi capisce.
No, che non capisco.
- Che cos’era quel grido, stanotte? Sembrava una donna,
proprio in questo reparto.
Marbas alza le spalle.
- La signora Matteucci. Un collasso cardio-circolatorio. Abbiamo
dovuto intervenire con una fleboclisi di H2SO4. Per fortuna
l’abbiamo presa in tempo. Ci vediamo dopo, Silvestri.
E mi raccomando ancora...
- Niente stronzate. - Faccio uno sforzo per sorridere.
- Lei mi capisce.
Marbas gira sui tacchi ed esce dalla camera, seguito dai gorilla.
Mi ritrovo da solo, con il cervello in ebollizione. Ho visto
la Matteucci solo ieri: una bella donna sulla quarantina.
E’ passata davanti alla porta della mia stanza e sembrava
stare benissimo. Cerco di richiamare le nozioni di chimica
studiate al liceo... H2SO4... Idrogeno, zolfo, ossigeno...
Acido solforico.
Una flebo di acido solforico... No, non è possibile.
Di sicuro ho capito male. Tiro su le coperte, a prezzo di
qualche altra fitta alla schiena. Provo a rilassarmi.
Non ci riesco mica tanto bene. Mi tornano in mente i denti
marci del dottor Marbas, le sue lenti da cieco.
Niente stronzate, mi raccomando.
Cassandra irrompe nella camera subito dopo, aprendo la porta
con un calcio.
- Il pranzo!
Mi sbatte sulle ginocchia un vassoio appiccicoso, con sopra
dei piatti di plastica grigia coperti da fogli di giornale.
Poi mi guarda fisso, come per sfidarmi a fare commenti. Non
ci provo nemmeno.
Lei, forse un po' delusa, si toglie dai piedi. Tiro via delicatamente
i fogli di giornale. C’è sotto una sbobba immonda,
puzzolente. A guardarla bene mi sembra perfino che si muova
nel piatto, da sola. L’altro piatto contiene invece
strani pezzi di carne al sugo, che assomigliano in tutto e
per tutto a dita umane.
Cerco di mantenere la calma. E’ evidente che non sono
lucido. Forse la mia mente interpreta male i segnali che riceve
dalla vista e dall’odorato. L’ha detto anche il
dottore, no? I primi due giorni sono così. A rischio.
Nel dubbio, poso i due piatti sul comodino. Poi la mia attenzione
è attirata da uno dei fogli unti di giornale: è
un’edizione del “Corriere” datata 12 aprile
1907. Ci sono i titoli dell’epoca. Poso anche il foglio
sul comodino. Respiro forte.
Che cosa sta succedendo, qui dentro?
Che cosa cazzo succede?
Guardo la finestra. La pioggia continua a scrosciare contro
le vetrate. Ed è buio. E’ ancora buio, non come
quando il cielo è molto nuvoloso, ma proprio come a
mezzanotte.
Dov’è finito il sole?
A questo punto mi alzo. Devo alzarmi. Mi muovo piano, cercando
di limitare il dolore alla schiena, e scopro che passato il
primo momento le fitte diminuiscono. Bene. Forse ero solo
un po' anchilosato. Il ginocchio mi sostiene a sufficienza.
Faccio qualche passo ma mi viene un senso di vertigine, barcollo.
Mi tengo alla sbarra del letto, aspetto che la vertigine si
attenui. Ancora un passo o due. Sto in piedi.
Sono pronto.
Per il momento ho addosso solo un vecchio pigiama. Nella camera
però c’è un armadietto, forse hanno messo
là i miei vestiti. Vado a controllare. L’interno
dell’armadietto emana un tanfo abominevole. Alle grucce
sono appesi degli abiti sporchi di sangue. Sangue fresco,
che gocciola lentamente sul fondo. Richiudo lo sportello.
Mi chino sul lavabo lì accanto, in preda a violenti
conati di vomito. Continuo a ripetermi che sono io, che è
solo uno scherzo del mio cervello, il trauma cranico eccetera.
Ma in fondo in fondo non ci credo. Non riesco a convincermene.
Tutto questo è... E’ troppo reale.
Mi avvicino alla porta. Da fuori, nessun rumore. La socchiudo
lentamente, sbirciando attraverso la fessura. Il corridoio
è buio, sporco, pieno di cartacce e scritte sui muri.
Frasi oscene, disegni, strani simboli che non riesco a interpretare.
Buon Dio, non sembra lo stesso ospedale. Non è
lo stesso ospedale!
Dov’è che mi trovo, allora?
D-Dove sono capitato?
Esco dalla camera, cercando di non fare rumore. Richiudo la
porta. Cammino zigzagando tra i rifiuti e le cartacce che
ingombrano il pavimento. Il soffitto è fradicio, pieno
di crepe gocciolanti. Alla mia destra, una serie di porte.
La seconda è spalancata. Doveva essere la camera della
signora Matteucci. Ora è vuota. Continuo a camminare
fino in fondo al corridoio. C’è una parete di
vetro smerigliato, con un’altra porta. Cerco di vedere
attraverso un pannello rotto: ancora nessuno. La porta è
aperta, vado avanti. Un secondo corridoio, buio e sporco come
il primo.
Dal fondo, stavolta, arriva un rumore. Cigolio di rotelle
arrugginite. Trovo una rientranza sulla parete, poco più
che una nicchia, e mi ci nascondo dentro, appiattendomi nell’ombra.
Il rumore si fa più forte. E’ un infermiere con
la faccia da mastino, grosso più o meno come gli assistenti
di Marbas. Spinge verso di me una barella scassata. Sopra
c’è un uomo anziano, legato con delle cinghie
di cuoio. L’uomo si lamenta, ma qualcuno gli ha tappato
la bocca con del nastro adesivo da pacchi e non può
parlare. L’infermiere sorride. Anzi, sarebbe meglio
dire che sogghigna.
- Sta’ calmo, a’ coso... Sta’ tranquillo.
E’ un’operazioncella, robetta... Questione di
un attimo. Non sentirai troppo male, vedrai. Il dottore è
un drago, in queste faccende. Divarica, taglia... Zick! E
poi asporta... Zack! Un fenomeno, ti dico... Non te ne accorgi
nemmeno...
- Mmmmghhh... Mmrrraaaggh!
- Come dici? Tornare indietro? Eeeh... E a chi non piacerebbe,
tornare indietro? Solo che non si può. Le regole sono
regole, sai? E allora... Zick! Zack!... Zick! Zack!... Eh!
Eh! Eh!
L’infermiere si allontana, continuando a ridacchiare.
Aspetto finché il cigolio delle rotelle non si sente
quasi più, poi riprendo a muovermi.
In fondo al corridoio c’è un ascensore. Lo chiamo.
Ci mette un’eternità ad arrivare, e io passo
tutto il tempo a guardarmi dietro le spalle. Per fortuna non
passa più nessuno. Alla fine le porte scorrevoli si
aprono. Mi precipito dentro. Sulla pulsantiera ci sono solo
due bottoni, contrassegnati da frecce: una è rivolta
verso l’alto, l’altra verso il basso.
Su o giù.
Spingo il pulsante che porta in basso. Devo trovare un’uscita.
Andarmene di qui.
E poi, qualcosa mi dice che dai piani alti non si torna indietro.
Ricordo le parole dell’infermiere con la barella: Zick!
Zack! Rabbrividisco. L’ascensore parte.
Scende veloce, molto veloce. Quando le porte si riaprono mi
trovo davanti uno stanzone molto ampio, affollato. Quasi me
la faccio sotto nel vedere tanta gente, poi mi rendo conto
che nessuno fa caso a me. Esco dalla cabina dell’ascensore
e mi mescolo agli altri, guardandomi intorno. Ci sono molte
persone anziane, in vestaglia e in camicia da notte, ma anche
uomini e donne più giovani. Si aggirano nella sala
con aria confusa. Uno mi ferma, un tipo sui venticinque anni,
in mutande e canottiera, che porta i capelli tagliati a spazzola
come i militari di leva.
- Oh, non è che sai a che ora ci tocca, per caso? Siamo
un po' stufi di aspettare, qui...
- No, io... Veramente non lo so. - Rispondo. Lui si gratta
la nuca, nervoso.
- E’ sempre così, in queste strutture pubbliche.
Ti buttano da una parte e ciao, si dimenticano di te. Che
cazzo...
- S-Sono sicuro che non ci vorrà molto. - Gli dico,
senza avere la più pallida idea di cosa intenda. Poi
lo lascio lì e mi dirigo verso il fondo dello stanzone.
Vedo una serie di cartelli, un po' storti e inchiodati male:
“CHIRURGIA”, “MATERNITA’”, “PEDIATRIA”,
“GERIATRIA”, eccetera. Sotto a ogni cartello c’è
una grande porta. A un tratto una voce cavernosa, amplificata
da un altoparlante, rimbomba nella sala.
- IL NUMERO 114! IL NUMERO 114 E’ DESIDERATO IN CHIRURGIA!
Il tipo con i capelli a spazzola si fa largo tra la folla.
Alza una mano.
- Io! Sono io!
Due infermieri che sembrano comparsi dal nulla lo afferrano
e lo trascinano via, sollevandolo quasi da terra. Il tizio
li guarda, confuso.
- Ehi, un momento. Cosa...
Uno degli infermieri gli rifila una brutta gomitata in bocca,
facendogli ingoiare un paio di denti. Per prudenza mi mescolo
alla gente in attesa. Gli infermieri spariscono con il tizio
oltre l’ingresso del reparto Chirurgia. Quando aprono
la porta, intravedo il pavimento del reparto.
Un lago di sangue.
Sarà meglio stare alla larga da lì.
Mi guardo nuovamente intorno: non c’è traccia
di uscite. Non un cartello, non un’indicazione comprensibile.
Come in tutti gli ospedali, del resto. La porta del reparto
Pediatria è socchiusa, mi ci infilo dentro senza farmi
notare.
E dopo è troppo tardi per pentirmene.
Alcuni individui dall’aria brutale, con guanti e grembiuli
di gomma, entrano ed escono da una sala sulla sinistra. Sulla
porta della sala c’è la scritta “NURSERY”.
Di nuovo, nessuno fa caso a me: forse quei gorilla non sono
programmati per dedicarsi a un adulto. Pensano solo
ai neonati. Da una vetrata accanto alla porta si vede l’interno
della nursery. Quando scopro cosa stanno facendo là
dentro, mi viene il voltastomaco.
Dopo, i gorilla gettano i grembiuli di gomma in un forno acceso.
Scappo via, via, con una mano sulla bocca. Percorro altri
corridoi, altre sale. Vedo medici e paramedici al lavoro.
Veloci. Efficienti.
Un cardiologo, nel suo ambulatorio, sta infilando un ferro
da calza rovente nel petto di una vecchietta. Mentre lo fa,
continua a rassicurarla.
- Si fidi, signora. Sono i nuovi progressi della Medicina
Naturale. Metodi sperimentati. Andrà tutto bene.
La vecchietta protesta debolmente. Non è molto convinta.
In Rianimazione, due interni torturano un disgraziato con
dei pungoli elettrici per il bestiame. Lavorano con metodo,
come se stessero adoperando degli stimolatori cardiaci. Sembra
di assistere a una versione degenerata di “E.R. Medici
in prima linea”, cazzo!
- E’ un caso disperato! Avanti, prova di nuovo. Tre,
due, uno... ORA!
E - ZZRRAAACK! - Gli danno corrente.
Alla fine il poveraccio, ridotto a un ammasso di carne violacea,
fumante, rimane immobile. I due interni ricevono un caloroso
applauso da alcune infermiere.
Un neurologo, in un altro ambulatorio, usa tranquillamente
una sparachiodi da cantiere sulla spina dorsale di un paziente,
legato a pancia sotto su una lettiga. E intanto dà
indicazioni a un paio di praticanti, che assistono all’operazione
in religioso silenzio.
- Se volete procurare un’autentica lesione... Una lesione
permanente, dico... Dovete raggiungere il midollo spinale.
A questo scopo i chiodi da undici sono i più indicati.
Lasciate perdere quelli da otto. Alcuni colleghi li usano,
ma io ve li sconsiglio. Scivolano sulla vertebra e si piegano.
Vi tocca fare un sacco di lavoro in più, dopo...
Il reparto successivo sembra un obitorio, o piuttosto una
macelleria. Cadaveri dappertutto, posati su ripiani e barelle,
oppure anche a terra, uno sopra l’altro. Tra i più
vicini noto la signora Matteucci, adagiata su una lettiga,
abbastanza composta. Ha il viso bluastro, ma a parte questo
il suo corpo sembra intatto. Ce ne sono altri, là intorno,
conciati molto peggio. Bruciati, mutilati, scannati... Il
tutto, da quello che ho potuto vedere, dev’essere avvenuto
dentro l’ospedale. Mi aggiro fra i cadaveri,
in preda a un senso di nausea, poi sento dei passi. Una porta
si apre dietro di me, ed entrano due infermieri. Un attimo
prima che mi vedano decido di fare il morto. Mi butto per
terra, vicino a un ammasso di corpi.
I due si guardano intorno, annoiati. Poi uno di loro batte
le mani.
- Avanti. Su, forza gente. Siete stati dimessi, no? Perciò
non potete stare qui. Coraggio, fuori. Camminare!
Il morto più vicino a me spalanca gli occhi. Per poco
non mi viene un infarto. Mi mordo le labbra per non gridare.
Non è una finzione. Non può esserlo.
Vedo muoversi in fondo alla sala un tizio a cui manca metà
della testa.
Lo aiuta a mettersi in piedi un altro che non ce l’ha
proprio, la testa.
Si alzano tutti, uno a uno. Lentamente. Quelli che non hanno
le gambe si trascinano sui moncherini, altri barcollano come
ubriachi. Qualcuno mugola. Anche la signora Matteucci scende
dalla lettiga, stiracchiandosi. Io... Beh, io li imito. Non
ho scelta. Mi sollevo, mescolandomi al gruppo, sperando di
essere abbastanza pallido da non destare sospetti. Usciamo
dalla sala in fila indiana, passando davanti agli infermieri.
- Muoversi, belli. Muoversi. Mica ci vorrete mettere tutta
la giornata...
- Ricordatevi di firmare il registro, prima di uscire.
Appena fuori, lontano dallo sguardo degli infermieri, abbandono
la fila terrorizzato. La signora Matteucci mi fissa severamente.
Cerco di non pensare a ciò che le hanno fatto. Scappo,
fuggo senza più fermarmi. Continuo a correre di corridoio
in corridoio, di sala in sala. Nessuno sembra accorgersi della
mia presenza, tanto che ormai neppure mi nascondo più.
Corro, con il ginocchio che brucia, con la schiena che ha
ripreso a farmi male, ma non sento niente, niente, se non
le grida e il rumore dei ferri e le bestemmie e il gorgogliare
del sangue. Non ragiono, non penso più, mi lascio travolgere
dalla spirale di orrore che mi circonda. Urlo, piango, impreco.
E corro ancora. Corro, corro...
Le mani di Cassandra mi bloccano, forti come tenaglie.
- Ah, ecco dov’eri finito, grandissimo coglione!
Mi solleva da terra, mi sbatte contro il muro. Due, tre volte.
Picchio la nuca sul cemento. Sento l’osso che si spezza.
Crollo a terra.
Cassandra, tanto per essere sicura, mi molla un gran calcio
sulla tempia.
Perdo i sensi.
- Silvestri, Silvestri... Che cosa mi combina? Eppure l’avevo
avvertita di non fare cazzate... Si vede che dopotutto non
ci eravamo capiti bene.
La luce sopra di me è abbagliante. Lampade alogene
ad alta intensità. Sono nudo come un verme, sdraiato
su un ripiano freddo, metallico. Un tavolo operatorio!
Mi hanno portato in Chirurgia!!!
Spalanco la bocca. O meglio, ci provo. Ho le labbra coperte
da due strati di nastro adesivo. Braccia e gambe sono state
legate al tavolo con del fil di ferro. La testa di Marbas
appare sopra di me, in controluce. Ora il dottore indossa
una cuffia bianca e una mascherina. Sopra il camice porta
un grembiule di gomma.
Non ci sono dubbi su ciò che sta per fare.
- Eppure lei mi sembrava una persona intelligente, Silvestri.
Doveva solo starsene calmo, tranquillo, forse neppure le sarebbe
toccato di finire qui. E invece no! Lei mi si agita! Mi si
strapazza! E la sua posizione si aggrava! Avrà capito
dove siamo, immagino...
Faccio cenno di no con la testa. Ho gli occhi sbarrati. Voglio
che parli. Lo so che è una situazione da film di serie
B, me ne rendo conto, ma non lo faccio per il pubblico. Desidero
più di ogni altra cosa, più di ogni altra
cosa che lui continui a parlare.
E che non cominci a usare su di me il succhiello arrugginito
che ha in mano.
- Questo è un reparto, come dire, “parallelo”,
per pazienti che sono fra la vita e la morte. Il reparto si
trova... Dall’altra parte, capisce? Però in corrispondenza
di quello da cui lei proviene. Siamo in qualche modo... Sovrapposti.
Reparto parallelo? Sovrapposti? Che stronzate va raccontando?
Sudo come un cavallo. Lui continua.
- Lei ha avuto una crisi, Silvestri. Una brutta crisi. Il
trauma cranico, ricorda? I giorni a rischio... Beh, è
finito in coma. Proprio come le avevo detto. Tac! Emorragia
interna. Un bell’arresto cardiaco. E così l’abbiamo
rilevata noi, proprio come la signora Matteucci. Ma il suo
caso era meno grave di quello della signora. Invece che mandarla
con gli altri, l’abbiamo tenuta in osservazione. Non
sapevamo ancora se avremmo potuto intervenire o no. Vede,
dalla “sua” parte... - Punta un dito verso un
punto generico, in alto - I nostri colleghi lavorano per riportarla,
ehm, in vita. Mentre noi... Noi lavoriamo per trattenerla
quaggiù.
Mi viene un attacco di nausea. Con il nastro adesivo che mi
chiude la bocca, un altro conato e rischio di soffocare. Quaggiù
dove?
- Per farlo, però, la dobbiamo curare. Curare dalla
Vita, appunto. Un brutto germe, sa, la Vita... Resistente,
insidioso... Se si dovesse propagare qui da noi, potrebbe
succedere di tutto. Gente che se ne sta tranquilla da decenni,
ma che dico? Da secoli, da millenni, perfino, proverebbe di
nuovo quel formicolio, quella scintilla... E avrebbe la tentazione
di, ecco... Di ritornare. Pensi alle conseguenze di una infezione
di Vita, da “questa” parte. Un’epidemia,
se non... Tremo al solo pensiero... Una pandemia! Che casino
sarebbe, caro Silvestri... Un vero casino!
Marbas alza il succhiello. La punta mi sfiora la faccia.
- Perciò dobbiamo assicurarci che lei lasci il reparto
assolutamente, clinicamente, irrevocabilmente... Morto. Il
resto del suo soggiorno qui, poi, dipenderà da lei.
Ciò che farà una volta uscito dal mio ospedale
non mi riguarda. Ora si rilassi.
Sorride. La mascherina mi risparmia la vista dei suoi denti
neri.
- Ci vorrà solo qualche minuto...
- Dottor Marbas!
Una voce femminile, fuori dal mio campo visivo. E’ soffocata,
alterata, eppure... Eppure mi sembra di riconoscerla...
- Che c’è? Non lo vede che sono occupato?
- Un caso grave, dottore. Il 114 è fuggito, ed è
ancora... Non so come dirglielo... Contagioso.
- Come? Come sarebbe, contagioso? L’ho operato io stesso,
poco fa. Doveva essere dimesso stasera. Era completamente
guarito.
- Sono mortificata, dottore, ma sembra che non sia così.
Un caso di... Guarigione apparente. In Direzione mi hanno
detto di riferirlo a lei perché il paziente era sotto
la sua responsabilità, però se crede...
- No, no. Arrivo. Chiami Cassandra, e dica a tutto il personale
di darsi una mossa. Bisogna prendere quell’imbecille
prima che provi a lasciare l’ospedale.
Marbas posa il succhiello su un ripiano accanto al tavolo
operatorio. Mi guarda costernato, strappandosi la mascherina
dalla faccia.
- In tanti anni di onorata carriera... In tanti anni non mi
era mai successa una cosa del genere... Mi tocca farla aspettare,
Silvestri. Ma non si preoccupi. Sarò di ritorno quanto
prima.
Passi concitati. Marbas esce dalla sala operatoria, seguito
da un paio di infermieri. Un istante di silenzio, poi qualcun
altro mi viene vicino. Un’infermiera snella, alta, con
il volto coperto da cuffia e mascherina. Si china su di me.
Vedo anche lei in controluce, una sagoma nera fra le lampade
abbaglianti.
Ha con sé un paio di cesoie da giardino. Affilate.
- Sta’ buono, adesso. Non ti agitare. Faccio in un attimo.
Le stesse parole di Marbas. Col cavolo che non mi agito! Poi
però la vedo tagliare il fil di ferro che mi blocca
le gambe e le braccia, e in pochi secondi sono libero. Mi
aiuta ad alzarmi, strappandomi il nastro adesivo dalla bocca.
- Ahio!
- Zitto! Vuoi farti sentire? Guarda che sto rischiando grosso
per te.
Quella voce, sotto la mascherina bianca...
- Tu sei...
- E chi credevi che fossi, scemo! La fata turchina?
Cristina si toglie la maschera e la cuffia, poi si sfila il
camice da infermiera. Sotto ne ha un altro uguale. Furba,
la mia ragazza...
Mi aiuta a indossare quello che si è levato. E’
un po' stretto, ma alla fine riesco a entrarci. Per fortuna
lei è alta quanto me. La guardo. Cristina abbassa gli
occhi.
- Mi hanno... Mi hanno sistemata un po', qui, quando ho fatto
domanda per lavorare nell’ospedale. Ci tengono molto
all’immagine del reparto...
Il suo viso è ancora bello. Le hanno inchiodato i denti
alla meglio, ma non si vede tanto. Anche l’occhio è
di nuovo al suo posto. La pupilla è solo un po' velata.
Ci abbracciamo. La situazione è assurda, lo ammetto,
ma dopo quello che ho visto nulla riesce più a sorprendermi.
Anzi, scopro in me risorse inaspettate. Il panico è
quasi scomparso, e mi stanno tornando rapidamente le forze.
Infilo la cuffia in testa, mentre Cristina mi sistema la mascherina
chirurgica sulla faccia.
- Ho nascosto il 114 in una cella frigorifera. Ci metteranno
del tempo a trovarlo, e intanto scoppierà una gran
confusione. Dovremmo farcela a raggiungere l’uscita,
se nessuno ti riconosce.
- Sai come arrivarci?
- Sì. Si passa dai garage.
Corriamo, tenendoci per mano. Un corridoio, una scala, un
altro corridoio... Intorno a noi, squadre di infermieri grossi
come armadi mettono a soqquadro le camere, frugano nei magazzini,
sorvegliano i cortili. La voce di Marbas, stridula e isterica,
rimbomba da tutti gli altoparlanti.
- TROVATE QUELL’UOMO O SIETE TUTTI FOTTUTI! VI FACCIO
LICENZIARE! VI RIBUTTO IN MEZZO A UNA STRADA, DEFICIENTI!
Raggiungiamo i magazzini senza problemi. E da lì arriviamo
ai garage, scalcinati come il resto dell’ospedale. Cristina
prende un mazzo di chiavi da una rastrelliera sul muro. Anche
quelle, mi sembra di riconoscerle...
- Muoviti, Giulio. A quest’ora avranno scoperto tutto,
ormai!
- Uff... Ar-Arrivo...
La schiena ha ripreso a farmi male. Cristina mi spinge avanti,
praticamente mi trascina. La macchina è là,
proprio in fondo alla rimessa più grande. La mia BMW.
La carrozzeria è ancora sfasciata, contorta, ma le
ruote sembrano a posto. Che ci fa qui? Forse anche per le
auto esiste un aldilà? O meglio un “quaggiù”,
come dice Marbas? La portiera si apre con un cigolio sinistro.
Cristina mi butta le chiavi e si siede accanto a me. Ci allacciamo
le cinture.
Strappo via il sacco floscio dell’airbag dal volante.
Infilo la chiave nel cruscotto, la giro. Il motorino d’avviamento
emette il suo gemito acuto.
Non succede nulla.
Cazzo! No!
Ci riprovo. Lascio miagolare l’avviamento per parecchi
secondi. Niente. Il motore non dà segni di vita.
Ancora! Rischio di scaricare la batteria, ma me ne frego.
E’ la mia unica possibilità.
- ECCOLI!
L’urlo ci paralizza per un attimo. La porta della rimessa
si spalanca. Cassandra corre ansimando verso di noi, seguita
da un paio di infermieri. Il suo passo da elefante fa tremare
le pareti. Arriva veloce, molto veloce per una della sua stazza.
Ha le manone protese, pronte a stritolare. A distruggere.
- STRONZI! BRUTTI STRONZI DI MERDA! QUESTA ME LA PAGATE!
Ancora! Il motorino di avviamento ora ansima, si ferma, riprende
a stento: la batteria sta tirando gli ultimi. Cassandra raggiunge
la macchina, ci sbatte contro come un toro infuriato. Blocco
gli sportelli, ma i vetri e il parabrezza non esistono più.
Lei deforma il tettuccio con un pugno, BANG! Cristina urla.
Una mano enorme si infila attraverso il finestrino, mi afferra
alla gola.
Il sei cilindri della BMW si avvia con un rombo. Poteva anche
decidersi un po' prima, per la miseria!
Parto a razzo, lasciando qualche etto di battistrada sul pavimento
della rimessa. Cassandra non molla la presa. Perde l’equilibrio,
ma rimane attaccata al finestrino. Il suo peso fa sbandare
la macchina. Ripensando al “pranzetto” da lei
gentilmente offerto, mi infilo in piena accelerazione fra
due pilastri sbrecciati.
L’auto ci passa al pelo. Cassandra no.
Urta il pilastro di sinistra a più di sessanta all’ora.
Il suo cranio si schiaccia come un’anguria contro il
calcestruzzo. L’eruzione di sangue, grasso e materia
cerebrale sfiora il paraurti posteriore mentre schizzo verso
l’uscita. Cristina alza le spalle, con un sospiro.
- Quella testona. Hai visto? Ora chissà quanto ci metteranno
a sistemarla...
- Vuoi dire che...
- Certo. Lo sai dove siamo, no? Mica può morire due
volte... Prenderanno i pezzi e li ricuciranno. Lo hanno fatto
anche con me...
Dallo specchietto retrovisore vedo la carcassa di Cassandra
sollevarsi lentamente. Non ha più la faccia, e il corpaccione
è praticamente esploso. Ma si sta rimettendo in piedi...
Smetto di guardare, è meglio. Mi concentro sulla guida.
- Cristina, senti, lo so che anche tu sei... Che sei... Ma
ancora non riesco a crederci...
- Beh, questo è naturale. Ti abituerai. Ci
abitueremo...
Davanti a me c’è una porta carraia, preceduta
da una rampa. La saracinesca è sollevata. Uno degli
infermieri corre verso l’interruttore, vuole abbassare
la saracinesca per bloccarmi la strada. Cristina me lo indica.
Io sterzo per andargli addosso. Lo prendo in pieno con la
fiancata destra, poi affondo l’acceleratore, grattuggiandolo
contro una parete. Perde tutte e due le gambe, oltre a una
quantità di organi interni.
- Provaci adesso a rialzarti, stronzo!
- Giulio! Non sei carino.
Il camice di Cristina è passato dal bianco al carminio.
Lei lo contempla sconsolata. Il sangue del tizio le è
schizzato tutto addosso attraverso il finestrino, un vero
schifo, ed è solo colpa mia.
- Scusami, amore.
- Dico per lui. In fondo stava facendo il suo lavoro.
- Ti ho chiesto scusa. E’ che sono un po' agitato, tutto
qui. E ora, dove vado?
Oltre l’uscita ci sono altre due rampe, divise da una
colonna.
- A destra!
La rampa è stretta, e piega secco da una parte. Me
la faccio tutta in testacoda, devastando entrambi i guardrail
con le fiancate. Ormai la BMW è il sogno di ogni carrozziere.
Vabbé, tanto, a questo punto... Mi ritrovo fuori in
men che non si dica. E’ sempre buio, e piove che Dio
la manda. Vado ancora come una palla di cannone, senza parabrezza,
con il vento e l’acqua sulla faccia, e non vedo un accidente
di niente. Una sirena ulula nel buio. Cristina si gira, preoccupata.
Dietro di noi si accendono dei lampeggianti: una delle ambulanze
si è messa all’inseguimento. Cerco di asciugarmi
gli occhi con il dorso della mano. Imbocco un rettilineo,
quattro corsie, deserto. Metto la quarta, poi la quinta: i
pneumatici radiali scaricano duecentotrenta cavalli sull’asfalto,
la lancetta del tachimetro s’impenna, la BMW parte al
galoppo. Vai bella, vai!
L’ambulanza rimpicciolisce rapidamente nel retrovisore.
- Col cavolo che mi stanno dietro, quelli.
- Lo vedi? Sei il solito fanatico.
Proseguiamo nella notte, nel buio. Non ho più gli alogeni,
ma i fendinebbia funzionano ancora. Li accendo, e finalmente
ci vedo un po' meglio. Poi metto della musica, qualcosa di
soft. Cristina si rilassa sul sedile.
- Mantieniti sulla strada, Giulio. Vai dritto. Lascia perdere
gli svincoli.
- Perché, dove portano gli svincoli?
- E’ meglio che tu non lo sappia...
Guardo a destra e a sinistra. Oltre i margini della strada,
all’orizzonte, vedo luci lontane, rossastre, che brillano
nella notte. Una città, forse. O fuochi fatui della
foresta. O vulcani. Chi può dirlo? Continuo ad andare
forte, nella corsia centrale. Mi sembra di guidare in un limbo
senza tempo: niente passato, niente futuro, la donna dei miei
sogni accanto a me... Potrei continuare per sempre, se non
ci fosse questa dannata pioggia. Sono fradicio fino alle ossa.
- Cristina... Tu lo sai, vero, dove stiamo andando?
- Ma certo.
- Ecco, allora... Giusto a titolo di curiosità... Non
è che posso saperlo anch’io?
Lei sorride, senza rispondermi.
Non la sopporto, quando fa così.
Lo vedo solo dopo un bel po' di chilometri. Prima è
una macchia blu all’orizzonte. Poi, man mano che mi
ci avvicino, si fa più definito, familiare. Un cartello
stradale. L’indicazione per Linate. Guardo Cristina,
lei guarda me. E capisco.
Siamo di nuovo nel film.
Esterno
notte. Giulio e Cristina nell’auto, sotto la pioggia.
Lui è rimasto a bocca aperta.
GIULIO
- E adesso, che succede?
CRISTINA - Non lo immagini?
GIULIO - Un’idea me la sono fatta... Ma volevo sentirlo
da te.
CRISTINA - Ti capita mai di avere rimpianti, Giulio? Voglio
dire... Ci siamo conosciuti solo pochi mesi fa, no?
GIULIO - E’ vero. E tu non mi filavi neppure di striscio.
CRISTINA - (Ride) Certo che non ti filavo, basso e brutto
come sei...
GIULIO - Bugiarda. Non sono così basso.
CRISTINA - Ma neppure alto. E che tu sia brutto, non c’è
alcun dubbio.
GIULIO - Però sono simpatico...
CRISTINA - Devo anche dire che scopi mica male...
GIULIO - Grazie, madame. Lo considero un grande complimento.
CRISTINA - ...E che hai trovato il modo, non so come, di farmi
innamorare di te...
GIULIO - La Bella e la Bestia. Una storia vecchia come il
mondo.
CRISTINA - Una storia breve.
GIULIO - (Dopo una pausa) ...Già.
CRISTINA - Il momento più importante. Giulio... Il
nostro ultimo momento... Oh, Dio, sembra così stupido
da dire... Beh, non ce lo siamo goduto. E’ arrivato
all’improvviso... Eravamo tesi, arrabbiati, spaventati...
Non abbiamo potuto condividerlo come meritava...
GIULIO - E’ vero.
CRISTINA - Ecco, questo è il rimpianto più grosso,
per me. E ora... Beh, ora stiamo tornando indietro. Siamo
vicini al... Al confine... La linea che separa “questa”
parte da quell’altra... Fin là ti posso accompagnare...
E forse, proprio sul limite...
GIULIO - Sì. Forse...
La macchina prosegue la sua corsa nella notte. Piove sempre
meno, fino a smettere del tutto. La nebbia, in compenso, si
fa più fitta. Giulio però non rallenta, anzi...
A un tratto, davanti a lui appaiono i fanalini posteriori
di un’auto che procede quasi altrettanto veloce. Una
BMW, molto simile alla sua.
Giulio legge la targa, con un sorriso.
-
A cosa pensi?
Cristina mi guarda con aria interrogativa. Io stringo il volante,
fissando i retronebbia della macchina davanti a me. La mia
macchina. Stesso modello, stessa targa. Non ho più
dubbi. Dentro quella macchina intravedo perfino due sagome
confuse: un uomo e una donna. Giovani, incoscienti.
- Pensavo all’incidente. A noi due... L’ho rivisto
tante di quelle volte... Mi sono fatto tutta la regia in testa,
sai? Le musiche, lo storyboard... Potrei girarci un film domani.
Un pezzo di grande cinema.
- Come no? “Giulio e Cristina: La Conclusione”.
- Beh, il primo episodio è stato un successo. Guardaci,
siamo già nel sequel...
Cristina sorride.
- Così pare.
- E il confine di cui parlavi è...
- Davanti a noi. In quel posto. In quel momento.
- Mmm... Sì. Lo immaginavo. L’ambulanza, piuttosto...
Quella che ci inseguiva... Pensi che potrebbe arrivare fino
a qui?
- Non credo. Siamo già troppo oltre, per loro.
- Anche per te?
Cristina esita un attimo, poi si riprende. E’ decisa.
- No, per me no. Io voglio andare fino in fondo.
- D’accordo.
Freno di colpo. La macchina decelera brutalmente, i pneumatici
urlano, e dopo alcuni secondi siamo fermi sul ciglio della
strada. Slaccio la cintura di sicurezza. Cristina mi osserva
in silenzio, con gli occhi lucidi. Non c’è più
bisogno di parole. Si sfila il camice sporco di sangue, con
grazia. Adoro il suo modo di spogliarsi. Sotto non porta nulla.
Ha il corpo bianco, intatto, a parte qualche piccola cicatrice.
In quell’ospedale hanno fatto un buon lavoro. La gamba
destra di Cristina, lunghissima, mi scavalca. E in un attimo
lei è sopra di me. Mi aiuta a liberarmi dai vestiti.
La stringo, facendo scivolare le mani sul suo viso, sui capelli,
sul seno, sulle natiche. La vedo chiudere gli occhi. Scivolo
piano dentro di lei. Sospira, chiamandomi per nome. Poi comincia
a muoversi.
Ed è con me. Con me. Morbida. Sinuosa. Vera.
V-Viva...
Ci stacchiamo lentamente, guardandoci negli occhi. E’
ora, lo sappiamo tutti e due.
Cristina, agile come un gatto, ritorna al suo posto. Io sono
ancora un po' stralunato. Lei mi accarezza i capelli. Dolce.
Commossa.
- Sei pronto?
- Sì. Adesso sì.
Il motore stavolta parte al primo colpo. Mi rimetto in strada,
prendendo velocità. Cristina mi sorride. Né
lei né io allacciamo la cintura.
La ritrovo dopo qualche chilometro, in mezzo alla nebbia.
La mia BMW. E’ come se mi stesse aspettando. Accelero
ancora, la raggiungo, sfioro il suo paraurti posteriore con
il muso. Procediamo così, incolonnati, per un minuto
buono, aumentando la velocità. I due davanti non sembrano
essersi accorti di noi. Le braccia di Cristina mi circondano
il collo, le sue labbra si posano sulle mie. Sì, è
ora.
Spingo l’acceleratore a tavoletta. Affondo nell’altra
macchina come un gabbiano in una nuvola, senza incontrare
alcuna resistenza. Le auto si sovrappongono perfettamente,
fino all’ultima scocca, fino all’ultimo tubicino.
Cristina e io ci congiungiamo agli altri due, agli altri noi
stessi, rientrando in punta di piedi nel passato.
E corriamo con loro verso il confine.
Poco più avanti, un furgone lento come una lumaca cambia
corsia per superare una Smart. Lo vedo per un attimo, mentre
sbuchiamo come bolidi dalla nebbia, Cristina e io. Uno accanto
all’altra.
Insieme.
Dissolvenza.
- Mi sente, Silvestri? Riesce a sentirmi?
- Ha aperto gli occhi...
- E’ un miracolo. Madonna, proprio un miracolo...
Metto a fuoco le sagome intorno a me, emergendo ancora una
volta dal buio. Ci sono tutti: Laganà, i suoi assistenti,
perfino Margherita. Tutti intorno al mio letto, con le facce
commosse. Ho una maschera a ossigeno sulla bocca, tubicini
nel naso, flebo nelle braccia e un male cane dappertutto.
Margherita guarda Laganà con ammirazione. Sembra lì
lì per abbracciarlo.
- L’ha salvato, dottor. Giera più di là
che di qua, il povero sior Silvestri...
Laganà fa finta di non starla a sentire, ma è
arrossito. E’ sensibile ai complimenti.
- Ha avuto un brutto arresto cardiaco, mio caro amico. L’abbiamo
tenuta in rianimazione per quasi due giorni. E poi sono insorte
delle complicazioni... Francamente non speravo più
in una sua ripresa.
Sempre ottimista, Laganà...
A questo punto, dato che ormai hanno capito che sono sveglio,
mi esibisco nel classico “dove sono”.
- D-Dove sono?
- Ma in ospedale, Silvestri, dove vuole che sia? Ci ha fatto
lavorare, sa? Ci ha fatto proprio lavorare sodo. E speriamo
che sia l’ultima volta.
Le flebo sulle braccia mi impediscono di toccarmi. Lo faccio
mentalmente.
- Dottor Laganà...
- Sì, Silvestri?
- Perché non se ne va un po' a... A farsi fottere?
- Ma... C-Che cosa dice? - Un assistente interviene, prende
per un braccio Laganà.
- Sragiona, dottore. E’ evidente. Non è ancora
in sé...
Si allontanano, borbottando. Margherita mi guarda con aria
severa, ma poi le viene da ridere. Le faccio l’occhiolino.
Lei ricambia, e si volta per sistemarmi la coperta sulle gambe.
Ve l’ho già detto che ha un gran bel culo?
Mi dimettono dopo tre settimane. Margherita, nel frattempo,
ha fissato il giorno delle nozze. Naturalmente sono fra gli
invitati, ma non credo che ci andrò. Non ho voglia
di festeggiamenti, in questo periodo. Passo il tempo a leggere
e guardare la TV, spendendo i soldi dello spot sull’aperitivo.
Col cazzo che lo hanno sospeso, anche dopo la morte di Cristina.
Quegli stronzi. Forse cambio lavoro, ho quasi deciso.
Non esco con altre donne, non me la sento. Penso a Cristina.
E anche se non oso confessarlo neppure a me stesso, spero
ancora di rivederla. Da qualche parte, laggiù, i morti
curano i vivi dalla Vita, no? Che cosa aveva detto, Marbas?
E’
un brutto germe, la Vita... Resistente, insidioso... Se si
dovesse propagare qui da noi potrebbe succedere di tutto...
Gente che se ne sta tranquilla da decenni, ma che dico? Da
secoli, da millenni, perfino, proverebbe di nuovo quel formicolio,
quella scintilla... E avrebbe la tentazione di, ecco... Di
ritornare.
Cristina
e io abbiamo fatto l’amore, là, sul confine.
Potrei averla contagiata. Contagiata con la Vita. E magari
un giorno o l’altro...
Compro parecchi libri sul paranormale, sull’Aldilà.
Non che sia diventato morboso, però per qualche tempo
li leggo con interesse.
In uno c’è perfino il nome di Marbas. Un certo
Johann Weyer, illustre demonologo olandese del Cinquecento,
ne parla come del Demone delle Malattie. Una specie di “barone”
infernale, insomma, con una propria specifica area di influenza,
e personale adeguato.
Chissà se questo Weyer, quando è toccata a lui,
si è fatto un giretto nel suo reparto...
Ci metto un paio di mesi a stufarmi delle discipline esoteriche
e negromantiche. Provo anche a raccontare tutta la storia
a uno psicologo, così come la ricordo. Quello prende
appunti. Mi dice che ho una bella fantasia, d’altronde
è il mio mestiere... Il subconscio, secondo lui, ha
fatto di me l’eroe di un film, o di un fumetto. Sesso,
sangue, scene d’azione, inseguimenti... Ho mediato l’esperienza
di pre-morte attingendo al mio background letterario e cinematografico,
trasformandola in un’avventura alla Indiana Jones. E
questo denota...
Denota che mando a farsi fottere anche lo psicologo.
L’ultima volta che mi faccio coinvolgere è a
una conferenza su “La vita dopo la morte”, in
un auditorium nel centro di Milano. C’è una quantità
di esperti o presunti tali, in platea. E tutti i testimoni
chiamati al microfono - gente che ha avuto arresti cardiaci,
o periodi di coma profondo - fanno descrizioni idilliache
di lunghi tunnel lucenti, di voci amiche che li accolgono
all’arrivo...
Dicono di non aver più paura di morire, loro. Perché
di là si sta meglio, giurano. Di là sono tutti
buoni, bravi e gentili... E gli altri, dalla platea, applaudono.
Rassicurati.
Io invece comincio a ridere, irrefrenabilmente.
Non smetto neppure quando due inservienti vengono a buttarmi
fuori.
torna
in cima
|
|