NAPOLI, CROCEVIA DEL MISTERO
Maurizio Ponticello presenta il suo nuovo volume “Napoli, la citta velata”(Edizioni Controcorrente)

di Maurizio Ponticello

 

Il mistero non è solo noir. Anzi, un tempo non lo era per nulla avendo connotazioni tutte celesti. Allora, il noir era azur? No, per niente. Voglio dire che prima che il termine identificasse un genere letterario legato all’occulto nel (senso di nascosto), un sinonimo di imprevedibile, inconoscibile, temibile, sotterraneo e di atmosfera gotica generalmente densa di riferimenti mostruosi e sub-umani, per Mistero con la “M” maiuscola s’intendeva tutt’altro. E celeste sta per divino.

Il lemma greco Mysteria indicava infatti i segreti celati alla maggior parte degli uomini, riservati solo a quelli che avevano inseguito e perseguito una conoscenza spirituale profonda, affinata una sensibilità intellettiva e un livello cognitivo superiore in un impervio percorso esoterico individuale che per tappe piene di ostacoli li aveva condotti alle soglie di una nuova vita, l’iniziazione. Il myste era l’adepto, cioè chi aveva la dignità, il fuoco interiore attivo per partecipare ai Misteri, al culto.
Non si supponga, però, la facile conclusione che si trattasse di una realtà separata o settaria. Per quanto un percorso ristretto a pochi eletti era la comunità tutta che periodicamente ne beneficiava e partecipava ad eventi celebrati sotto forma di festa. Pensando, per esempio, ai Misteri di Eleusi o di Dioniso, essi erano caratterizzati da ricorrenti avvenimenti che coinvolgevano intere città e regioni per giorni e notti con riti pubblici, cortei, ludi. In queste occasioni si celebrava l’epifania del Dio, e l’esoterico andava a coincidere, seppur in forma e sostanza diversa, con l’exoterico.

Nel mio libro
Napoli, la città velata. Luoghi e simboli dei Misteri, degli dèi, dei miti, dei riti, delle feste (edizioni Controcorrente, aprile 2007), scrivo proprio di questo. Dopo un’analisi del mito delle origini e del simbolismo secondo la chiave interpretativa dettata dal Metodo Tradizionale, e supportato dagli studi dei massimi studiosi nel campo (Walter Otto, Karoly Kèreny, Mircea Eliade, George Dumezil, Renè Guenon,...), affondo la concezione cultuale e misterica nella città culla Sapienziale dell’intero bacino del Mediterraneo, nell’antica Parthenope e poi in Neapolis, ridando vita a quella che può solo sembrare una interpretazione innovativa mentre è stata sempre sotto gli occhi di tutti. Una realtà nascosta, velata, a chi non sa porsi né dentro né ai margini come osservatore spoglio di ogni pregiudizio.

Per ricomporre l’identità culturale di un popolo e per comprendere le origini delle usanze, dei costumi, delle feste, occorre fare un salto di millenni e abbandonare per quanto possibile le supposizioni tutte moderne che fanno zavorra, un modo di pensare che non apparteneva all’antichità. Così è per il concetto di religione, di gioco, di culto, di rito, di divinità, di festa,... Si pensi che sia nel mondo romano che in quello greco antico non esisteva un giorno del Dominus da celebrare. Ogni dies, dalla nascita al tramonto del sole (e della luna), aveva una sua sacralità; ogni frazione di tempo, ma anche ogni azione umana, compreso quella apparentemente più insignificante. Nel termine stesso, che deriva dal sanscrito, risuona la parola divinità, luce. La frattura dualistica sacro/profano non era ancora conosciuta e irrompe nella storia in epoca molto più tarda. Tale differenza, nella concezione della vita, pone delle distanze enormi.

Da questa e con questa prospettiva ogni analisi cambia la natura del soggetto fino ad oggi decantata in modo univoco (escludendo Roberto De Simone e pochi altri), spesso piatto e appiattente, falsato da interpretazioni non corrette di fonti o mal lette (ma sempre riportate con il click di copia e incolla) e banalizzato da quelle che chiamo le fiorenti pseudo guide del Mistero. Cioè una pubblicistica deviante e spesso incolta che mira al box office perché, si sa, il mistero tira sempre. Il problema è che di fatto non esiste, se non pezzi sparsi, una biblioteca recente alla quale attingere se non le solite uguali citazioni inesatte quando non improprie che portano a conclusioni ancor più fuorvianti.
Prendiamo la Piedigrotta. A parte “Il segno di Virgilio” di De Simone (encomiabile opera di frontiera che comunque non arriva fino in fondo pur solcandone le tracce), non è pubblicato testo che non menzioni le origini della famosa festa come derivanti dalle cerimonie in onore del dio Priapo. Ovviamente queste conclusioni, se inesatte e limitanti, come ritengo e cerco di dimostrare, portano ad un’analisi non solo non conforme alla realtà, ma ottusa nell’indagine che una volta percorsa conduce a tutt’altro punto d'arrivo. E questo non è cercare e discutere di lana caprina, ma ha un suo assoluto valore antropologico-religioso per comprendere gli effetti nella storia anche più recente. Oggi tale questione diventa ancora più pregnante se dopo tanti anni si tenta di recuperare la festa del Pede rotto, capirne le origini e il contenuto che è stato demonizzato, boicottato e imbrigliato per secoli senza che si riuscisse però a seppellirlo. Inoltre, l’imitazione strategica, cultuale e spesso formale e simbolica, del Cristianesimo di culti più antichi, risulta ancora più depistante se non li si va a cogliere nell’essenza originaria e metastorica.

La Città velata è perciò, più che uno “svelare”, un ricomporre i pezzi falcidiati da interpretazioni monche e prevenute, politicamente scorrette. Un lavoro meticoloso nell’analisi della profondità del simbolo, del mito che si proietta nella storia, un messaggio di conoscenza profonda pervenuto fino a noi fin dalla fondazione secondo gli schemi pitagorici della città nuova. Va da sé che una luce torna a brillare coerente nella stratificazione storica, rimessa a posto con l’ausilio indispensabile (e per molti opinabile) di frammenti interdisciplinari di esoterismo, alchimia, ermetismo, simbolismo e quant’altro in un percorso che non riguarda più solo la città in quanto tale, ma lo sviluppo profondo dell’essere Uomo: il Mistero, per l’appunto.

Per evitare di proporre una rigida trattazione accademica (purtroppo spesso equivalente a noiosa) ho usato una forma narrativa più che saggistica, spiraliforme, con continue e rapide incursioni nel presente, digressioni che solo apparentemente portano lontano ma che sono invece un altro piano del labirinto, una stesura “esatta” e confortata dalle fonti, ma con tratto “leggero” da spy-story che svela man mano gli elementi che serviranno a spolverare e ricostruire un mosaico che ha un suo spessore ed un suo rinnovato splendore. Senza per questo sigillare con la parola fine.
Il Mistero è incoercibile.

Maurizio Ponticello, classe 1961, napoletano, laureato alla facoltà di Economia (presso la Federico II), imprenditore, giornalista. E’ stato direttore del magazine di attualità e cultura Nike e del mensile di ecologia della mente Oikos; ha lavorato come redattore per le testate Napoli Oggi, Il Giornale di Napoli e come cronista a Il Mattino, nonché corrispondente di varie testate nazionali, anche radiofoniche e televisive.
Si interessa di studi sulla Tradizione Italico-Romana con particolare attenzione alla storia delle religioni comparate. Allievo del Grand Master Choa Kok Sui, è responsabile di zona dell’Accademia di Pranic Healing. Ha ideato e fondato il premio di grafica e illustrazione Imago della cui associazione è Presidente. Si occupa di scienze dell’Io dal 1977. Si definisce “un Cercatore delle proprie radici”.

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