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PROVOCAZIONI 1: COMPAGNO CTHULHU
di Gianfranco de Turris
e Sebastiano Fusco
Scemenze
& stupidaggini: da destra e da manca si vuole arruolare
H.P.Lovecraft tra la cultura impegnata e progressista, se
non comunista.
Lo scrittore di Providence, uno dei più letti fra i
giovani, fu sempre uomo di destra, un “conservatore
rivoluzionario” si potrebbe dire, anche quando, negli
ultimi anni della sua vita, appoggiò il New Deal di
Roosevelt. Ma soltanto perché lo vedeva come prossimo
a un suo particolare disegno politico...
In una lettera dell’8 luglio 1936 al suo corrispondente
J.K. Plaisier, Lovecraft fa un’interessante ammissione:
«Nella primavera del 1931, per la prima volta nella
mia lunga vita ho accolto le argomentazioni sociali e politiche
della sinistra. E non mi sono più tirato indietro.
Anzi, mi sono spinto sempre più a sinistra –
ma ho rigettato totalmente i dogmatismi specifici del puro
marxismo, che sono indiscutibilmente fondati su ben precise
stupidaggini [fallacies] scientifiche e filosofiche».
Su frasi simili a questa (nella sua corrispondenza degli ultimi
anni ce ne sono molte analoghe: una per tutta quella a C.L.Moore
in una lettera del 19 giugno 1936 dove si definiva “socialista
fabiano” respingendo nettamente tutti i dogmi marxisti)
certi sedicenti esegeti italiani di Lovecraft – italiani,
ché altrove il problema non è in alcun modo
avvertito – hanno montato la fola di una presunta “conversione”
dello scrittore, nell’estrema fase di sua vita, al comunismo
ancorché americanizzato al punto da affermare seriamente
- risum teneatis - che avrebbe “riconosciuto la superiorità
del marxismo” (Evangelisti): con rovesciamento copernicano
della propria filosofia politica, che almeno sino alla fine
degli Anni Venti era stata quella, secondo una sua stessa
espressione, «di un Tory calzato e vestito».
Ma, al di là delle autodefinizioni, qual era nella
sua sostanza il pensiero “politico” di HPL? E’
questo quel che conta per andare all’essenza della questione
e risolverla in un modo o nell’altro.
Lovecraft era di mentalità sistematica, e per mettere
ordine nei suoi pensieri usava riversarli su carta. Per questo,
si serviva soprattutto della corrispondenza con gli amici
(molte sue lettere sembrano scritte più per se stesso
che per gli altri), ma talvolta buttava giù dei saggi
che in qualche caso si dilatano fino a veri e propri trattati.
Dopo la vittoria a valanga di Roosevelt nelle elezioni alla
fine del 1932, Lovecraft credette di identificare nel New
Deal, così come era stato presentato nella campagna
elettorale, uno schema politico molto vicino alle sue nuove
idee, che lui definiva “di sinistra”. solo perché
più avanzate in quella direzione “sociale”
rispetto al suo pensare precedente.
Nel febbraio del 1933, ritenne opportuno di fissare i propri
nuovi convincimenti in un saggio dal titolo Some Repetitions
on the Times, nel quale precisava quali fossero le riforme
economiche e sociali che auspicava come evoluzione del New
Deal. Il documento non è mai stato pubblicato, ma è
consultabile presso la “John Hay Library” di Providence
ove sono custoditi gli autografi dello scrittore (mirabile
depositorio, che chi si impalca a discettare su HPL dovrebbe
visitare almeno una volta nella sua vita, prima di parlare
di cose che non conosce). S.T. Joshi ne fornisce comunque
un sunto nel capitolo 23 del suo volumone H.P. Lovecraft:
a Life (Necronomicon Press, 1996).
È uno scritto alquanto noioso, preparato verosimilmente
ad uso privato (non risulta che lo scrittore lo abbia mostrato
neppure agli amici), e certo non destinato alla pubblicazione,
almeno nella forma in cui ci è pervenuto, perché
palesemente non ancora corretto. Tuttavia è un documento
di estrema importanza, perché chiarisce senza equivoci
quale fosse, negli ultimi anni della vita, la “nuova”
posizione dell’autore di Providence in tema di politica
sociale.
Nel suo saggio, Lovecraft mostra di avere piena coscienza
del fallimento del capitalismo, e della classe politica da
esso espressa, quale strumento del progresso civile e sociale
dell’umanità. Si rende conto dei guasti che una
distribuzione egoistica della proprietà e della ricchezza
provoca non soltanto al tessuto sociale, ma anche all’identità
culturale di una nazione.
E individua tre rimedi:
1) Il controllo da parte del governo delle grandi concentrazioni
di risorse (comprese le fabbriche) e la loro gestione in funzione
non del profitto ma del bisogno.
2) La riduzione degli orari di lavoro, e l’aumento dei
salari attraverso la partecipazione dei lavoratori alla proprietà
delle imprese, in modo da migliorare la qualità della
vita e incentivare la produzione dei beni di consumo.
3) La concessione di sussidi di disoccupazione e di pensioni
di vecchiaia, per allentare le tensioni sociali e contribuire
a tenere alto il tenore dei consumi, aumentando così
il lavoro alle fabbriche e incentivando e facendo circolare
la ricchezza del Paese.
Il programma politico-sociale di Lovecraft non prevedeva in
alcun modo né l’abolizione della proprietà
privata, né la confisca dei grandi capitali, né
l’istituzione di “partiti unici” di qualsivoglia
natura, né l’idea di una qualsiasi “coscienza
di classe”, né alcuno dei concetti in nome dei
quali il marxismo ortodosso ha insanguinato quasi un secolo
di storia, affamando e vessando interi popoli per attuare
i suoi programmi utopici e innaturali, ottenendo solo un centinaio
di milioni di morti. Al contrario dei nostri intellettuali
velleitari e presuntuosi, lo scrittore di Providence sapeva
bene di che cosa stsse parlando, e del resto, nel 1932, aveva
già con lo stalinismo un esempio politico concreto
su che cosa volesse dire l’applicazione integrale delle
follìe del barbuto filosofo di Treviri.
D’altra parte, aveva ben chiara anche la natura vampirica
del capitalismo disumano, gretto e incolto delle plutocrazie
americane, contro la cui ottusità e ignoranza, responsabile
dello scempio estetico e culturale della società statunitense,
tuonava da decenni in tutti i suoi scritti (stava vivendo
la situazione sulla propria stessa pelle). Aveva inoltre perfettamente
capito, Lovecraft, che dal denaro non può nasce un’aristocrazia
in grado di incarnare gli ideali superiori di un popolo, le
cui radici trovano alimento in ben altri valori tradizionali.
Il suo programma politico/sociale mirava dunque contemporaneamente
a togliere potere ai plutocrati e agli ideologi inetti, e
a permettere alla popolazione, grazie a un miglior tenore
di vita, di far germogliare – principalmente attraverso
l’estetica – i semi del retaggio tradizionale
del sangue, trasmessi dall’identità nazionale.
All’epoca in cui Lovecraft scrisse il suo documento,
idee del genere non erano accettate dalla cultura politica
americana. I sussidi di disoccupazione e vecchiaia spuntarono
solo alla fine degli anni Trenta, gli orari di lavoro venivano
stabiliti dalle necessità delle catene di montaggio,
i primi controlli governativi su prezzi e tariffe vennero
introdotti proprio da Roosevelt, e parlare di operai-azionisti
faceva ridere. Altrove, per veder spuntare concetti simili,
ci si doveva rivolgere alla politica sociale che il Fascismo
andava attuando, e che proprio per questo attrasse tanto Lovecraft
e – quando gli parve che avesse tradito tali ideali
– fu per lui motivo di cocente delusione. Un programma
simile al suo si trova nei Quattordici Punti di Verona (1943):
Lovecraft non fece a tempo a conoscerli, ma ci piacerebbe
molto sapere che cosa ne avrebbe pensato. Ma poiché
a priori il fascismo è un regime reazionario, per definzione
non può avere alcun aspetto “sociale”:
di conseguenza se un intellettuale (nel nostro caso HPL) espone
idee “sociali”, allora non potrà che essere
“di sinistra”, “progressista”, “comunista”,
e quindi “compagno”... Dimenticando anche come
un certo interesse per il New Deal e i suoi aspetti “sociali”
venne espresso agli inizi degli Anni Trenta proprio da esponenti
ufficiali del fascismo.
Nel New Deal rooseveltiano, però, c’era ancora
ben poco del progetto di Lovecraft. Ma ugualmente gli parve
di discernere in esso i segni di un inizio di evoluzione sociale
nella direzione auspicata. Capiva però che non sarebbe
stato abbastanza, e più volte, nelle lettere, auspicò
l’avvento in America di una “rivoluzione”
sul tipo di quella fascista. E questo è un concetto
ripetuto più volte, anche nelle lettere scritte poco
prima della morte. Non essendo però un ingenuo, sapeva
bene che una tale rivoluzione, per attecchire sul suolo americano,
avrebbe dovuto avere simboli, contenuti, modalità d’azione
ben diversi dal Fascismo italiano, o dai movimenti simili.
Dal punto di vista politico, la riforma di governo auspicata
da Lovecraft, e tracciata nel suo già citato documento
programmatico, mirava alla creazione di «una oligarchia
dell’intelligenza e della cultura» (le parole
citate fra virgolette sono tratte da Some Repetitions on the
Times). Non si trattava di un’aristocrazia nel senso
del sangue o, peggio ancora, del censo: ma del frutto concreto
di una democrazia capace di riconoscere le male conseguenze
del suffragio universale quando la base della popolazione
sia illetterata e preda di facili suggestioni. Ragion per
cui, Lovecraft proponeva di restringere il diritto di voto
«a chi fosse in grado di superare rigorosi esami culturali
(principalmente su temi civili ed economici), e specifici
test d’intelligenza» (ancora da Some Repetitions
on the Times).
Posizioni che, all’incirca, si possono rintracciare
nel "socialismo prussiano” di Werner Sombart, nelle
posizioni della “rivoluzione conservatrice” tedesca,
nella critica congiunta ad “americanismo e bolscevismo”
di Julius Evola, in cui si trova una mescolanze di un aristocraticismo
intellettuale e culturale ed una apertura di tipo “corporativo”
sul piano della struttura del lavoro e della distribuzione
dei beni di consumo.
Chi ha cianciato di “compagno Lovecraft” (Evangelisti),
o di un Lovecraft “arruolato forzatamente tra i ‘fascisti’”
(Catalano), non si rende conto di quanto s’è
reso ridicolo per pura ignoranza e demagogia ideologica. Uno
che invece sa bene di che cosa si stia parlando, come il critico
S.T. Joshi, nota con qualche imbarazzo, nella biografia citata,
che in fondo l’idea di una limitazione del suffragio
universale circolava ampiamente in America a quell’epoca,
e aveva trovato un sostenitore persino in un santone del liberismo
sinistrorso come Walter Lippmann. «E’ un peccato»,
aggiunge Joshi, «che Lovecraft occasionalmente abbia
usato il termine fascismo per indicare questa sua concezione».
Precisando però sempre – sottolinea Joshi –
che il Fascismo auspicato da lui per l’America post-New
Deal non aveva nulla a che fare con quello realizzato da Mussolini:
in una lettera del 1932 all’amico J.L. Morton, per esempio,
scrive: «Non giudicare il tipo di fascismo che io invoco
[per l’America] sul metro di qualsiasi altra sua forma
oggi esistente». E tuttavia (sono sempre parole di Joshi)
«Lovecraft non rinunciò mai a Mussolini, anche
se la sua adesione negli anni Trenta divenne meno ardente
di quanto era allorché prese il potere nel 1922».
Altrettanto rigoroso fu Lovecraft nel respigere ogni confusione
fra il suo progetto e il marxismo, anche quando, deluso dalla
tiepidezza di Roosevelt sul piano delle riforme sociali, affermò
di volere «qualcosa di consistentemente più a
sinistra del New Deal» (lettera a J. Vernon Shea del
10 febbraio 1935, inedita). Ai giovani corrispondenti F.B.
Long, R.H. Barlow, K. Sterling, che si proclamavano marxisti
ortodossi, rimproverava: «Maledizione, ragazzi miei,
ma non vi starete mica trasformando tutti in bolscevichi!»
(lettera a Barlow del 27 dicembre 1936, inedita).
Non c’è bisogno, peraltro, di compulsare la voluminosa
corrispondenza edita e inedita di Lovecraft per capire quale
fosse il suo disegno politico. Lui stesso lo ha definito con
chiarezza e nella maniera più esplicita nel testo narrativo
che considerava (probabilmente anche per questo) il più
importante e compiuto uscito dalla sua penna, ovvero il romanzo
breve The Shadow out of Time, scritto fra il 1934 e il 1935.
In esso si legge: «La Grande Razza sembrava formare
una singola lega o nazione, dai legami tenui e le istituzioni
principali in comune, anche se v’erano almeno quattro
precise divisioni. Il sistema politico ed economico di ciascuna
unità era una sorta di socialismo fascisteggiante [fascistic
socialism], con le risorse principali distribuite in modo
razionale, e il potere politico delegato a un ristretto gruppo
governante eletto coi voti di tutti coloro che erano in grado
di superare certi esami culturali e psicologici [...] L’industria,
altamente meccanizzata, non richiedeva che poco impegno ai
cittadini; e l’abbondanza di tempo libero era riempita
con attività intellettuali ed estetiche di vario genere».
Questa era, esattamente, l’utopia politica vagheggiata
dal “compagno Lovecraft”. Tale e quale alla Russia
di Stalin...
E’ veramente singolare come ancora oggi, all’inizio
del Terzo Millennio, vi sia chi per provincialismo intellettuale
o per ottusità politica, riesce ad apprezzare pienamente
un autore soltando dopo aver scoperto che ha la sua stessa
“ideologia”... O quando fa di tutto per attribuirgliela.
Altrimenti, lo guarda con sospetto e quasi si vergogna di
apprezzarlo in quanto scrittore. Ed è ancor più
singolare che una volta scoperto che le vere idee di un autore
sono più o meno “di destra”, o le si ignora
considerandole ininfluenti, o si cerca addirittura di modificarle
adeguandole... Avere una “visione del mondo” di
destra, a quanto pare, è ancora un minus, magari una
colpa. Molto significativo che in questa operazione siano
accomunate sofisticate riviste destrorse più o meno
“trasversali” come Diorama Letterario, e riviste
della sinistra bertinottiana più trinariciuta come
Carmilla (cui fanno da spalla esperti che hanno paura di ammettere
la verità appiattendosi al “politicamente corretto”).
Gli estremi della ignoranza e della mala fede si toccano sempre...
Gianfranco
de Turris. giornalista RAI, è
uno dei massimi studiosi italiani di letteratura fantastica.
Collabora a numerose testate, è curatore editoriale
per varie case editrici e saggista.
Sebastiano Fusco
da decenni compie ricerche sulle radici magico/mitiche del
simbolismo nella narrativa fantastica. Ha diretto per diversi
editori collane di narrativa non realistica ed è autore
- per lo più con diversi pseudonimi - di libri sulle
tradizioni magiche ed esoteriche.
Questo “dinamico duo”, negli Anni 70, ha curato
le collane di fantascienza dell'editore romano Fanucci (un
centinaio di volumi) pubblicando titoli e autori fra i più
importanti e controversi del settore. Tra i loro libri più
noti: la biografia "H.P.Lovecraft" (La Nuova Italia,
1979). La loro attività saggistica è stata spesso
fatta oggetto di critiche, anche pesanti, ma non è
passata mai inosservata.
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