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L'ACCORDATORE
DI DESTINI
Salvio Formisano presenta il suo primo romanzo,
edito da Meridiano Zero
Un uomo cui vengono
improvvisamente tagliati i fili che lo legano alla sua rete
di relazioni, alla sua donna, al suo precedente lavoro, agli
amici, alla città dove ha vissuto per molti anni, viene
a trovarsi in una situazione che assomiglia molto a un inferno.
E cosa può succedere se si precipita in questa specie
d'inferno? Molti diventano delle carogne e maledicono gli
altri, a cui invece la vita continua a sorridere. Si incattiviscono,
si isolano e "l’isolamento, peggio ancora l’autoisolamento,
espone un uomo a seri pericoli psicologici. Non vivere per
gli altri, o almeno con gli altri, allontana dalla ragione
e dalla vita stessa."
L'accordatore
di destini
nasce da questa riflessione, da questa possibile terribile
eventualità. Solo che il "nostro" reagisce
in modo diverso, direi opposto a quello paventato in premessa.
Diventa altruista e invece di curarsi del proprio, pericolante,
destino, si preoccupa di quello degli altri. Dalle riflessioni,
dai pensieri che lo accompagnano nelle sue interminabili passeggiate
per Napoli, scaturisce un nuovo modo di essere, che poi altro
non è che il tentativo di coronare un suo sogno antico.
Quello di interferire nel destino degli altri, di decidere
addirittura il destino degli altri. Chi si prefige un obbiettivo
del genere è necessariamente un uomo non completamente
in sé, un megalomane. Per fortuna il nostro è
un megalomane buono, che agisce a fin di bene. Uno che è
convinto, sicuro di essere nel giusto e non si fema davanti
a niente pur di essere coerente con l'idea che ha di sé
e del suo modo di stare al mondo.
E' venuto dalla Germania e si ritrova senza lavoro in un'altra
città, Napoli, che aveva lasciato da ragazzo e dove
non conosce più nessuno. Cerca e trova un altro lavoro,
quello di investigatore privato, che nella maggior parte dei
casi, non è proprio esaltante. Si tratta, generalmente,
di corna, di indagare nelle vite di mariti o mogli fedrifaghe,
per raccogliere le prove dei loro tradimenti da consegnare
all'avvocato di chi ha commissionato le indagini.
"Che cosa faccio?" - si domanda, dopo un paio di
casi brillantemente risolti, l'investigatore - "Rovisto
nelle miserie delle vite altrui e le rovino" - Ed è
a questo punto che scatta in lui la reazione che lo porterà
a ribaltare la sua situazione e a cambiare, addirittura ad
invertire lo scopo, per molti versi ignobile, del suo mestiere
di segugio. Riesce a trasformare, o meglio, prova a trasformare
il suo incarico e invece di incastrare le persone su cui indaga
cerca di proteggerle, di salvarle. Dà, o meglio, prova
a dare finalmente sfogo alla sua sete di giustizia. Ha una
missione da compiere, lui, e il mestiere di investigatore
gliene fornisce l'occasione e la possibilità.
Con "L'accordatore
di destini"
ho cercato di raccontare la condizione in cui si può
trovare un uomo, normale, equilibrato, forse apparentemente
equilibrato, che per una serie di ragioni oltrepassa il confine,
qualche volta sottile, tra stabilità, equilibrio, diciamo
ragionevolezza e la confusione, smarrimento, incoscienza,
qualche volta follia. Il confine tra sano e insano. Un confine
che diventa ogni giorno più facile da oltrepassare.
La cronaca ci dà continui esempi di gente che perde
la testa e commette delitti efferati, incredibili.
La vita è sempre più difficile, stressante,
faticosa, veloce e ci rende sempre più deboli e fragili.
Il protagonista del mio breve romanzo è un uomo a cui
si rompe, si spezza qualcosa dentro. E' una cosa che capita
a molti. Si pensa, sbagliando, che accada improvvisamente,
ma non è così. Quando il nostro equilibrio è
compromesso, il processo era iniziato molto tempo prima e
non ce n'eravamo accorti. Tanti dolori, delusioni, ingiustizie
che crediamo di aver assorbito e superato, continuano invece
a scavare dentro di noi. Arriva poi un momento in cui accade
un fatto nuovo, a volte di poca importanza e ci fa perdere
il lume della ragione, ma non è stato, ovviamente,
quel singolo avvenimento a farci deragliare; avevamo raggiunto
il limite, la misura della nostra capacità di resistere
e incassare era colma. Tutto quello che succede da quel momento
è veramente misterioso e varia da persona a persona.
L'intensità e la durata del nostro vacillare e la capacità
o meno di riprenderci, di rimetterci in carreggiata, dipendono
da tanti fattori.
Il mio personaggio viene lasciato dalla donna che voleva sposare
e entra in una crisi. Probabilmente non è l'essere
stato lasciato a fargli perdere l'equilibrio; la sua donna
che lo lascia in un albergo di Napoli e se ne va dà
solo la stura ad un magma che ribolliva dentro di lui già
da tempo.
Ecco, è questo momento che mi interessava raccontare.
Tutto quello che può succedere dallo scoppio della
scintilla in poi. Il protagonista della storia, man mano perde
contatto con la realtà fino a pensare di diventare
un accordatore di destini, di interferire cioè in modo
decisivo nella vita delle persone, ponendo rimedio a quello
che gli sembra sbagliato, ingiusto.
In ognuno di noi c'è in qualche misura una differenza,
un gap tra la percezione che abbiamo della realtà,
e la realtà stessa. Quanto maggiore è questo
gap, maggiore è il grado di instabilità, la
mancanza di equilibrio. In qualche caso avviene proprio come
una specie di scollamento, una separazione dalla realtà
e in quel caso si è dei visionari, malati, folli.
Se uno non viene aiutato, se è solo, sprofonda sempre
di più. Finisce in un mondo tutto suo, in cui, non
confrontandosi più con altri, ma parlando sempre e
solo a se stesso, sviluppa teorie sballate, basate su personali
convinzioni assurde e alimentate, spesso, dal risentimento,
dalle manie di persecuzione, dall'odio.
Il mio romanzo racconta questo perdersi, il viaggio, qualche
volta senza ritorno, che affronta un uomo quando viene sopraffatto
dalla vita. Un uomo però buono e come dice Balzac,
solo i buoni nella sofferenza diventano ancora più
buoni. Un uomo solitario ed errante che nelle sue lunghe camminate,
rimuginando, deluso, sul passato, quando la sua antica inclinazione
ad osservare gli altri diventa parte fondamentale del suo
nuovo lavoro, disgustato dal comportamento di molti di quelli
che deve "spiare", decide di non limitarsi ad accumulare
prove che li condannino, ma di intervenire. E lo fa a modo
suo, senza fermarsi davanti a niente, arrivando fino alle
estreme conseguenze.
Il mio libro è stato pubblicato da Meridiano Zero ed
è stato per questo classificato come noir. Non ho niente
contro questo genere, che anzi apprezzo e frequento regolarmente,
ma non so se lo sia effettivamente. Più di un critico
lo ha considerato un romanzo tradizionale. Io stesso, scrivendolo,
non pensavo di scrivere un noir.
Mancano le famose trame intricate, che il lettore può
divertirsi a cercare di scoprire e il linguaggio non è
quello solito, tipico dei gialli, dei thriller o polizieschi.
Il mio è soprattutto un investigatore di anime. Anzi
più che un investigatore sembra un filosofo, un pensatore,
infatti alla fine è stufo del suo mestiere e si dedica
alla scrittura. Se la vuole scrivere da solo la vita.
"È un gran mestiere lo scrittore", dice.
"Te ne stai per fatti tuoi e scrivi; non devi avere a
che fare con nessuno, non devi dar conto, parlare, ascoltare,
avere di fronte brutte facce, sguardi e aliti cattivi".
L'accordatore
di destini
è fatto di tanti microromanzi, volutamente non sviluppati.
Ho rinunciato alla possibilità di scrivere un romanzo
lungo e corposo, perché quello che mi interessava più
di tutto era seguire i pensieri e il percorso del protagonista
con un passo, un ritmo veloce, incalzante.
Il ritmo è importante, non bisogna allentare la tensione,
ammesso che si sia riusciti a crearla. Dilungarsi in estenuanti,
chilometriche descrizioni non mi piace. E mi dà fastidio
anche quando leggo libri scritti in questo modo.
Se un personaggio arriva al cancello di una villa e deve parlare
con chi abita in quella villa, e lo scrittore gli fa spingere
piano il cancello che, cigolando, emette un suono stridente,
sinistro come il verso raccapricciante di un uccello notturno
in una notte di pioggia e lampi e fulmini, e magari ci dice
pure che uccello è, ti descrive l'uccello, e poi dopo
aver varcato il cancello, l'uomo cammina a passi lenti, impolverandosi
le scarpe con il terreno di ghiaia non molto compatta ma mista
a polvere, di mattina presto, che fa molto freddo, che quello
era l'inverno più freddo degli ultimi cinquant'anni
e il cielo è azzurro, terso, senza una nuvola e la
rugiada sulle foglie del giardino molto curato con i fiori
e gli alberi, e ci dice pure che alberi e fiori sono, e gli
alberi di frutta che in quella stagione sono questi e quest'altri,
e il personaggio arriva dopo due pagine di estenuanti descrizioni
finalmente a suonare alla porta, e viene ad aprirti il più
piccolo dei tre figli, vestito come un marinaretto, eccetera
eccetera, mi viene il latte alle ginocchia. Il libro magari
diventerà pure di 500 pagine, ma chi se ne frega. Io,
come lettore, voglio che questo spinge il cancello, sapere
brevemente cosa vede e che pensa, ed è subito lì,
a bussare alla porta.
Ripeto, il ritmo è importante, non bisogna allentare
la tensione, ammesso che si sia riusciti a crearla.
E poi non mi piace quel modo di scrivere ridondante, pieno
di belle parole, graziose, anzi deliziose, per usare una delle
più odiose e usate parole, spesso inutili, degli ultimi
anni. Io sono per la sobrietà, come ho già detto,
l'asciuttezza.
E poi è una questione di proporzioni. Anche un brano
che ti piace molto e senti in modo particolare, se ha preso
troppo spazio nell'economia generale della narrazione facendola
risultare sbilanciata, devi avere il coraggio di sfoltirlo,
o, in qualche caso, addirittura di tagliarlo.
Non bisogna mai innamorarsi troppo di quello che si è
scritto, a certe parti, a certe frasi. E' difficile, ma bisogna
riuscire a mantenere un certo distacco rispetto al proprio
lavoro.
Chi
scrive mette sempre un po' o molto di se stesso in quello
che racconta. Le proprie fobie, la propria storia, magari
trasformata, che si collega a pensieri nuovi, a pezzi di film,
a frasi o parole tue o di altri che ti vengono in mente. Il
tutto rielaborato diventa una storia, un romanzo.
Un immagine che ha sicuramente contribuito a mettere a fuoco
il mio accordatore di destini è stata quella dello
splendido Gene Hackman ne' La Conversazione, che Francis Ford
Coppola girò tra il primo e il secondo Padrino. Con
questo film, che personalmente preferisco a quelli, grandiosi,
della saga sui Corleone, il regista americano vinse la Palma
d'oro a Cannes.
In particolare mi è tornata spesso alla mente la bellissima
scena iniziale del film. Una panoramica dall'alto che si stringe
lentamente su di un piazzetta in cui una coppia seduta su
una panchina parla a bassa voce. Hackman con un microfono
nascosto addosso e un altro in un giornale arrotolato che
spesso dirige verso i due, riprende le loro voci. Un furgoncino
bianco parcheggiato nei paraggi, attrezzato come uno studio
di registrazione, registra la conversazione. Hackman non è
un investigatore privato, ma un esperto di sistemi di sicurezza
che viene incaricato di spiare la moglie di Robert Duval e
il suo presunto amante. E' tormentato, inquieto e andando
avanti nel suo lavoro si rende conto che sta costruendo le
prove che condanneranno i due amanti alla morte.
Una storia e un epilogo completamente diversi da quelli del
mio libro, ma l'immagine inquieta e tormentata del grande
attore americano è stata sicuramente una di quelle
che maggiormente hanno contribuito a dar corpo al mio personaggio,
che inizia la sua galoppata partendo dalla collina di Posillipo
e non si ferma più. Va avanti a testa bassa e pensa.
Poi, improvvisamente, si scuote, rialza la testa e capisce
cosa vuol fare: L'accordatore
di destini.
Salvio
Formisano è stato rappresentante di commercio, tecnico
aeronautico, produttore cinematografico, finché ha
deciso di dedicarsi a tempo pieno alla scrittura. Ha firmato
già diversi soggetti e sceneggiature per il cinema.
L’accordatore di destini è il suo primo romanzo.
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