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LA CAGNETTA
di Michele Serio
Incontrai Tina quando
avevo diciassette anni.
Lei era una ragazza timida, riservata, io un tipo chiuso,
introverso.
Frequentavamo lo stesso liceo, l’Umberto, in via Carducci,
però eravamo iscritti in due sezioni differenti, lei
la B, io la A.
Potevamo perciò incontrarci solo durante il quarto
d'ora di ricreazione: un periodo davvero breve perché
due persone potessero approfondire la loro conoscenza.
A questo handicap per così dire logistico aggiungete
pure il fatto che le nostre sezioni erano affollate di rappresentanti
dell'altro sesso.
Nella sezione di Tina c’erano sette donne e venti maschi.
Nella mia invece i maschi erano sette e le donne venti.
Questa strana situazione faceva nascere divertite ipotesi
fra noi studenti.
Alcuni insinuavano che al preside piacevano le classi sessualmente
squilibrate perché ci voleva spingere verso l’omosessualità.
Secondo altri quella stranezza era provocata da qualche teoria
educativa poco nota.
In fondo ne esistono tante quanti sono gli insegnanti e tutte
appaiono nello stesso tempo assurde e plausibili.
Insisto su questi dettagli perché intendo dimostrare
che io e Tina avevamo a disposizione venti esemplari di sesso
opposto per accoppiarci.
Per giunta erano tutti di aspetto niente male.
Il nostro liceo infatti era frequentato da ragazzi allevati
a hamburger e cornflake sul modello della gioventù
americana.
Dunque io e Tina avevamo a disposizione una scelta da bancone
di supermercato.
Sarebbe bastato stendere la mano e... avremmo avuto a disposizione
glutei, tette, peni, fiche, cosce a volontà.
Eppure nonostante tutto ci scegliemmo: ‘Aldo e Tina,
uniti per sempre’
Così recita l’iscrizione incisa sul marmo della
settima panchina a sinistra, alla Floridiana.
Ancora oggi, dopo tanti anni, quel disegno circondato da un
cuore é visibile.
Vorrei qui raccontare in quale occasione lo incidemmo...
Io e Tina eravamo
andati nel parco per una passeggiata.
Un tramonto da sballo, ricordo, colorava il cielo di rosso
fuoco
Lei si fermò davanti a un pino dai rami frondosi e
mi confidò: “Non ho mai visto un pene in vita
mia, tranne quello di papà quando fa pipì”.
E io timidamente le proposi: “Ti piacerebbe vedere il
mio?”.
Lei rispose: ”Perché no?”.
Così glielo mostrai.
Già da qualche minuto in verità lo sentivo eretto.
Durante la passeggiata ci eravamo tenuti per mano e io avevo
avvertito l’anca morbida di Tina sfiorarmi più
volte le dita.
Dunque non ebbi paura di fare brutta figura mostrandole qualcosa
di poco virile
E non sbagliai nella mia valutazione.
Tina, colpita da quella visione, crollò in ginocchio
ai miei piedi come una santa in preda all’estasi.
E s’impegnò in una fellatio ai limiti dell’oltraggio
al pudore.
Già, perché da quelle parti transitavano signore
che portavano i figli all’interno di cigolanti carrozzine.
Le signore, dopo averci visto, accelerarono il cigolio delle
ruote.
Analoghe accelerazioni suppongo avvennero nei loro cuori.
Più che scandalizzarsi, secondo me, quelle lì
si eccitarono come pazze.
Dopo qualche secondo io venni alla grande mormorando romantico:
“Tesoro”.
Tina non poté imitarmi giusto perché era occupata
in un’attività che per forza di cose le impediva
di chiacchierare.
Insomma, fra i pini verdi della Floridiana, tra quelle piante
odorose, era nato un amore...
Io e Tina provenivamo
da due famiglie benestanti.
I miei genitori erano un avvocato (mamma) e un commercialista
(papà).
Quelli di Tina invece erano dottori in medicina, l’uno
era specialista in ortopedia, l’altra in odontoiatria.
Dopo il pomeriggio alla Floridiana io e Tina ripetemmo più
volte quel rituale che ci aveva regalato tanta soddisfazione.
Naturalmente vi aggiungevamo di tanto in tanto qualche novità.
Sicché succhia oggi, eiacula domani, alla fine decidemmo
di rendere ufficiale la nostra unione.
Non so dirvi con quale piacere venne accolta quell’annuncio
dai nostri genitori.
Pensate che il mio papà era il commercialista della
mamma di Tina, la dentista: l’aveva aiutata a eludere
il fisco non so più quante volte, nel corso della carriera.
Subito i due trasmisero ai rispettivi coniugi il loro entusiasmo.
Nessuno di loro, davvero, avrebbe potuto sperare sorte migliore
per i propri figli.
Lasciando semplicemente fare al caso, era nata un unione che
sembrava combinata
Io e Tina infatti non solo costituivamo la naturale continuazione
biologica dei nostri genitori.
Ma ne imitavamo pure lo stile di vita.
Come loro, disprezzavamo gli sprechi e le ostentazioni.
Credevamo nei valori della sobrietà, della semplicità,
ecco tutto.
“La felicità non può essere complicata
altrimenti non sarebbe più tale”
Così disse la mamma di Tina, durante la cena che celebrava
la nostra unione.
E io e Tina condividemmo in pieno la sua opinione, al pari
degli altri genitori presenti.
Nel momento del brindisi finale, levammo in alto i calici
di cristallo colmi di Velve Cliquot e io sottecchi notai che
i nostri sei corpi, uniti da una linea immaginaria, avrebbero
formato il disegno di un cuore.
Lo feci notare a Tina, e lei si commosse.
“Aldo sapessi quanto ti amo” disse.
“Mai quanto ti amo io” risposi abbracciandola.
Io e Tina ottenemmo
la maturità classica.
Poi ci iscrivemmo all'università.
Io scelsi la facoltà di legge, lei quella di medicina.
In questa maniera avremmo potuto sfruttare i mestieri dei
nostri genitori.
Certo, ci dispiaceva un po’ frequentare corsi differenti.
Ci sarebbe piaciuto sedere uno accanto all’altro, studiare
insieme, come non eravamo riusciti a fare al liceo.
Sapevamo però di non possedere alcun talento particolare.
Dunque il buon senso ci spinse a utilizzare a nostro vantaggio
le circostanze in cui eravamo nati...
Durante il corso universitario, com’é ovvio,
vivemmo una situazione simile a quella del liceo.
Frequentavamo le lezioni in mezzo a dozzine di maschi e femmine.
Quelli che una volta erano seguaci di videoclip ormai erano
cresciuti.
Ma solo a livello di muscoli e tette, credetemi.
Mentalmente non eravamo cambiati granché.
Avevamo sostituito la birra alla Coca Cola.
Invece di fumare spinelli ingoiavamo amfetamine.
Non frequentavamo più festicciole casalinghe, ma discoteche.
Però il solo vero cambiamento nella nostra situazione
era che, con il passare del tempo eravamo diventati, se possibile,
ancora più arrapati.
Adesso infatti, la pressione dagli ormoni veniva moltiplicata
dalla noia degli studi tecnici.
Nelle aule dell’università, dovete sapere, il
principale argomento di studio, qualunque sia il corso di
laurea, é il sesso.
Le materie di esame sono solo un optional rispetto a quel
fondamentale insegnamento.
Tra studenti ci annusavamo come animali in attesa del minimo
cenno di disponibilità.
Bastava uno sguardo insistente, un mezzo sorrisetto e ci si
scatenava come conigli in calore.
Eppure in quella specie di girone infernale, diviso a metà
tra desiderio e frustrazione, io e Tina ci scegliemmo di nuovo.
‘T & A’, ‘A &T’
Le nostre iniziali, circondate da un cuore, sono ancora visibili
sotto il tavolo in fondo, nella biblioteca...
Quattro anni trascorsero
prima che riuscissimo a prendere la laurea.
Nel frattempo il mio corpo, passando dalla pubertà
alla gioventù, si era ricoperto di un’abbondante
peluria.
Peli neri e attorcigliati si annidavano tra i miei fianchi,
sulle gambe, sulle braccia.
Cespugli sparsi mi crescevano perfino tra le dita dei piedi,
sulle natiche, dietro il bacino.
A Tina piaceva quella espressione prorompente di mascolinità.
Quella selva di fili contorti, diceva, per la loro virile
rudezza le ricordavano il fil di ferro.
Anche il corpo di Tina per la verità produceva sia
pure in forma minore, analoga crescita.
Sotto le ascelle e sopra la vagina le spuntavano cascate di
fili morbidi, di colore castano.
Sembrava quasi che il suo corpo volesse tenere testa al mio.
E noi adoravamo quella manifestazione di efficienza metabolica.
Ci piaceva guardare i nostri peli quando gocciolavano umori,
sudore, saliva.
Ci ricordavano i fili d’erba intrisi di rugiada
Il giorno della laurea, io e Tina per festeggiare, andammo
al Mac Donald’s in Via Sanfelice.
Seduti a un tavolo in fondo alla sala, per caso, ci strusciammo
le ginocchia, sotto il tavolo.
Dovete sapere che io e Tina ci depilavamo raramente
Quella forma di igiene a noi appariva come una specie di mutilazione.
Ebbene strusciando semplicemente le ginocchia, peluria contro
peluria, ci eccitammo come pazzi.
Mentre i bambini attorno a noi facevano volare palloni colorati,
la musica dagli altoparlanti diffondeva song americane degli
anni cinquanta, io e Tina pervenimmo, insieme, all’orgasmo.
Fu un’esperienza fantastica.
Il sapore degli hamburger, delle patatine ancora ci sale alla
gola quando ripensiamo a quei momenti...
Dopo il conseguimento
della laurea io e Tina iniziammo a lavorare
Lei frequentava lo studio della madre facendo pratica nel
campo dell’odontoiatria.
Io invece mi installai nello studio di papà: su suo
consiglio avevo deciso di specializzarmi in fallimenti.
Dunque le prime esperienze professionali, come é ovvio,
vennero facilitate dall’inserimento dei nostri genitori
nel mondo del lavoro.
Tina imparò l’arte di cavare i denti con un sorriso
sulle labbra e strofinando le tette sulla spalla del paziente.
“I clienti se opportunamente strofinati” le aveva
consigliato la madre “ritornano”.
Quanto a me, iniziai a lavorare nello studio di mio padre.
I nostri clienti, diceva il mio genitore, dovevano passare
non già ‘dalle stelle alle stalle’, come
asseriva l’ormai superato proverbio, ma ‘dalle
stalle alle stelle’.
Grazie a lui, opulente dichiarazioni di reddito si trasformavano
a poco a poco in fallimenti pilotati che rendevano i nostri
clienti più ricchi di prima.
Mio padre li portava fino al fallimento.
Poi entravo in gioco io, il figlioletto civilista.
E il gioco era fatto...
Già nel periodo dell’apprendistato io e Tina
ci abituammo a sopportare ritmi di lavoro infernali.
Andavamo sempre di fretta.
Riuscivamo a vederci solo durante la pausa pranzo nei fast
food di Via Martucci o in quelli più economici di Piazza
Dante.
Però alla lunga quella vita cominciò a pesarci.
Non volevamo più rimanere, come era accaduto al liceo
e all’università, per giornate intere lontani
l’uno dall’altro.
Ci sentivamo pronti per il grande passo: diventare marito
e moglie.
Così di lì a qualche mese, lo compimmo:
Lo sforzo economico dei nostri genitori unito ai nostri risparmi
produssero il miracolo di un anticipo per l’acquisto
di una casa.
Adesso non dovevamo più marchiare la nostra unione
su intonaci scrostati o ringhiere arrugginite
La nostra casa sarebbe diventata la sobria, elegante cornice
dove i nostri cuori si sarebbero uniti per sempre!
Certo, ci rimaneva ancora da pagare il mutuo della casa,
Ma cosa importava?
La felicità non si raggiunge forse a prezzo di grandi
sacrifici?
Per riuscire in quell’impresa, però, fummo costretti
a intensificare le nostre attività.
Tina accettò turni di guardia medica anche di notte.
Io mi dedicai alle pratiche condominiali che fino a quel momento
avevo evitato perché le ritenevo tignose e poco remunerative.
Così paradossalmente io e Tina finimmo per vederci
meno da sposati che da fidanzati.
Per fortuna grazie al richiamo della peluria le nostre scopate
riuscivano ancora alla grande.
Tina, però, per non depilarsi, era costretta a indossare
calzoni lunghi anche d’estate.
Quanto a me osservavo l’obbligo di non tagliare i peli
che fuoriuscivano dal naso e dalle orecchie.
La verità era che quella fissazione con il tempo stava
diventando il nostro unico vero rapporto intimo
‘Il nostro dolce segreto’ lo chiamavamo.
Senza toccarci, leccarci di continuo, probabilmente, saremmo
diventati due perfetti estranei.
Dopo un po' tuttavia cominciammo a provare un certo disagio.
Io andavo in giro con peli da scimmione che mi ricoprivano
mezza faccia.
Quanto a Tina, un’amica l’aveva vista in uno spogliatoio
senza calzoni e aveva urlato d’orrore.
E non c’era da meravigliarsi.
Le gambe di mia moglie, ormai, somigliavano più a quelle
di un calciatore nel pieno dell’attività che
a quelle di una donna in fiore.
A quel punto, io e Tina ci rendemmo conto di non poter continuare
così.
Due professionisti in carriera non potevano permettersi quel
look da vagabondi.
Decidemmo così di chiedere consiglio ai nostri genitori.
Papà, ricordo, ascoltò con interesse la mia
confessione.
Poi mi disse qualcosa che mi lasciò di stucco:
“Vedi, figlio mio. Una coppia non può reggere
in eterno.
Il matrimonio é qualcosa di terribilmente inadeguato
agli attuali schemi sociali.
Per noi contemporanei niente é destinato a durare.
Tutto é istantaneo come il Nescafé.
Questo era già vero venticinque anni fa, quando io
e mamma ci conoscemmo, figurarsi oggi.
Ora che non sei più un bambino, posso farti una confessione.
Io e tua madre dopo cinque anni di matrimonio ci eravamo già
stufati l’uno dell’altro.
Però non avevamo né la forza né la voglia
di rimetterci nel giro del sesso.
Poi nascesti tu e noi superammo quel momento di crisi.
In un certo senso ci innamorammo di te con la stessa intensità
con la quale, anni prima, ci eravamo innamorati l’uno
dell’altra.
Trovammo anzi che amare te era mille volte più eccitante.
Allevare un figlio é davvero un’esperienza da
adulti, credimi.
Il resto, l’amore a prima vista, quello eterno, sono
tutte cazzate”
“Vuoi dire” feci io “che io sarei l’equivalente
di quello che per me e Tina sono i peli?”
“Più o meno” disse papà ridacchiando
Ritenni di dover riferire quella notizia a Tina.
Lei mi ascoltò senza battere ciglio.
Dalla madre infatti pochi minuti prima aveva ascoltato una
confidenza simile.
Pare che la dentista avesse usato le stesse parole, perfino
le stesse argomentazioni del suo commercialista.
Anche la nascita di Tina era stata il frutto di un calcolo,
un rimedio che era servito a evitare fastidi ben peggiori
quali il divorzio, la separazione, una casa di proprietà
da dividere.
Certo la cosa suonava un po’ volgare, perfino deludente.
Però noi non avevamo nulla da rimproverare ai nostri
genitori.
Ci avevano allevati in maniera esemplare.
Allora ci venne in mente di imitarli.
Agendo come loro... forse... ci sarebbe passata quella assurda
mania dei peli.
Detto fatto ci rademmo la peluria dal naso, dalle orecchie,
dalle narici, dalle gambe.
Gettammo via profilattici spirali, spermicidi.
D’ora in poi avremmo scopato liberamente.
Desideravamo anche noi avere un bambino:
Un figlio al posto dei peli.
Proprio come i nostri genitori avevano voluto noi invece del
divorzio...
Però il bambino
salvaunione e scacciapeli non arrivava.
Così, in attesa del lieto evento, io e Tina decidemmo,
CONSENSUALMENTE, ripeto CONSENSUALMENTE, di prendere un cane.
La nostra vicina di pianerottolo ne possedeva uno che aveva
figliato da poco.
Da tempo ci aveva offerto un cucciolo.
Noi avevamo preso tempo in attesa del bambino.
Però, visto che il bambino non arrivava...
Insomma per farla breve, accettammo l’offerta.
Fuffa, così si chiamava la cagnetta, entrò in
casa nostra il sei novembre alle diciotto in punto.
Aveva il muso lungo, guance pendule e nervose, ma SOPRATTUTTO
un lungo pelo nero che la ricopriva dalle orecchie fino alla
punta della coda.
Devo dire che la bestiolina si inserì con grande naturalezza
nel nostro ménage.
I cani di razza pretendono che i padroni si adattino alle
loro esigenze.
I bastardi invece chiedono poco e donano tutto.
Fuffa era allegra, affettuosa
Con le sue moine riuscì a ravvivare l’ambiente
un po’ asettico della nostra casa.
Inoltre, la vista del suo folto mantello risarciva me e Tina
del pelo che ormai ci radevamo di continuo.
Adesso mia moglie indossava minigonne mozzafiato dalle quali
spuntavano gambe vellutate come pesche.
Io mi radevo con la lametta tutti i giorni, pelo e contropelo:
quando uscivo di casa sembravo un poppante.
Tuttavia quelle nuove abitudini influirono negativamente sul
nostro carattere.
Tina divenne molto più severa, disciplinata: una borghese
a tutto tondo come i nostri genitori.
Io la imitavo, perché a imitare i nostri genitori non
si correva mai il rischio di sbagliare!
La mattina io e mia moglie uscivamo di casa alla stessa ora
Però la sera io rientravo con qualche minuto in anticipo.
Prima dell’arrivo di Fuffa, devo dire, il mio ritorno
a casa era desolante.
Sprofondavo nella poltrona, accendevo la televisione, guardavo
con occhi spenti le immagini che scorrevano sullo schermo.
Adesso invece, appena aprivo la porta, Fuffa mi correva incontro.
Mi portava le pantofole davanti alla poltrona.
Se ero triste, si accucciava ai miei piedi e mi rallegrava
con i suoi giochi...
In verità Fuffa non legava molto con Tina.
Mia moglie gradiva le sue carezze, non le lesinava le coccole.
Ai giochi con la cagna però preferiva una tranquilla
serata davanti alla tivù, l’ascolto di qualche
compact, la lettura di un buon libro.
Insomma per lei Fuffa era nient’altro che un riempitivo,
una musica di sottofondo da ascoltare soprappensiero...
Può sembrare strano, ma la presenza di Fuffa in casa
servì a farmi comprendere il vero carattere di mia
moglie.
La sua vicinanza calda, affettuosa fece emergere per contrasto
la freddezza di Tina, la sua tiepida partecipazione al nostro
rapporto.
Già, direte voi, ma quello era solo un cane...
Eh no, cari miei, l'amore, l'affetto non vanno misurati con
il metro della razza di appartenenza.
Qui si trattava di abbandono, di voglia di comunicare.
Fuffa ne aveva, Tina no.
E questo é quanto.
Con il passare del
tempo il rapporto fra me e Fuffa cominciò a diventare
sempre più stretto.
Io la portavo a passeggio per i suoi bisogni, le preparavo
il cibo.
Spesso per scherzo mangiavamo entrambi dalle scodelle.
Un giorno provai il suo Eukanuba e non mi piacque per niente.
Lo dissi a Tina.
E lei con freddezza notò: “Mi sembra logico,
é cibo per cani”
Ma io non ero convinto.
Così il giorno dopo comprai il Pal Pedigree, lo provai:
era squisito.
Aveva un gusto denso, pieno di sapori contrastanti, e poi
quella gelatina morbida ad amalgamare il tutto...
In breve divenne il mio cibo preferito.
In fondo, pensavo, quando visitiamo paesi stranieri, assaggiamo
la cucina locale per avvicinarci all’anima degli indigeni.
Allo stesso modo, condividendo la dieta di Fuffa, mi pareva
di entrare più a fondo nella sua psicologia.
Grazie alla mia disponibilità, per così dire,
culinaria, anche l’ attaccamento della cagna nei miei
confronti aumentò.
Ormai la sera, quando arrivava Tina, io e Fuffa ci sentivamo
come infastiditi.
Pareva quasi che un intruso fosse venuto a interrompere la
nostra intimità.
Poi un giorno chiesi a Tina di comprare di nuovo i profilattici
Fuffa, le dissi, aveva colmato il vuoto che noi attribuivamo
alla mancanza di figli.
Dunque potevamo rinunciare a quella gravidanza un po’
forzata che peraltro non si concretizzava.
Lei con mia sorpresa accettò con entusiasmo la proposta
Quella sera stessa informò i suoi genitori della nostra
decisione
Quelli ridacchiarono.
Secondo loro, stavamo solo sfuggendo alle nostre responsabilità.
Beninteso, a loro non fregava niente di avere nipoti.
“Anche questo é un mito di altri tempi”
dissero “Oggi sappiamo che i cromosomi si disperdono
nel giro di qualche generazione”
Insomma con la loro benedizione potemmo ritornare alle nostre
vecchie abitudini.
Poi una sera accadde
quello che non sarebbe mai dovuto accadere.
Io tornai a casa come al solito prima di Tina.
Quella sera decisi di farmi una doccia.
Mi spogliai nudo e mi ficcai sotto il getto tiepido dell’acqua.
Dopo un po’ sentii Fuffa che guaiva con impazienza in
soggiorno, segno che stava morendo di fame.
Sempre pronto a esaudire ogni suo desiderio, mi coprii i fianchi
con un asciugamano e la raggiunsi.
Fuffa mi guardò grata dimenando la coda.
Io presi il barattolo di Pal Pedigree dalla credenza e lo
aprii con l'apriscatole.
Il barattolo però mi sfuggì dalle dita ancora
umide d'acqua.
Il cibo schizzò sulla mia pancia nuda, l'asciugamano
mi cadde di dosso
Subito quella deliziosa poltiglia marrone prese a colarmi
sul ventre.
Dunque mi trovai lì, in mezzo alla cucina, nudo come
un verme.
Fuffa puntò le zampe posteriori per terra, e con le
zampe anteriori si appoggiò ai miei fianchi.
Poi cominciò a leccare il suo cibo preferito con avidità
Naturalmente assieme al cibo leccava anche quello che c'era
sotto, cioè il mio pene.
Ora tenete conto che Tina era stata l’unica donna della
mia vita.
Quella era la prima volta che qualcuno che non fosse lei mi
leccava laggiù...
E io provai una sensazione meravigliosa.
Vedevo quella distesa di pelo muoversi freneticamente sul
mio ventre e poi quella lingua dalle papille pungenti...
Ora tenente conto che io e Tina per qualche ciuffo di peluria
a letto impazzivamo
Adesso invece era la Peluria fatta persona a rendermi felice:
l’originale al posto del surrogato, un Renoir autentico
in luogo del poster che lo raffigura.
Poi Fuffa smise di leccare, e io schizzai sperma sui fornelli,
tra le pentole, nei bicchieri, ridendo e piangendo nello stesso
tempo, in preda al più devastante, pirotecnico orgasmo
della mia vita...
Da quel momento quella
scena casuale si ripeté ogni giorno.
Io tornavo a casa un po' prima.
Mi versavo addosso il contenuto di una scatoletta di Pal Pedigree
e Fuffa non mi diceva mai no.
Insomma io e la cagna diventammo compagni di gioco in TUTTI
i sensi.
E quando Fuffa entrò in calore io non ritenni di sottrarmi
ai miei doveri di partner.
Così divenni per lei quello che lei era per me: amica
e nello stesso tempo amante
E il bello era che Tina non avrebbe mai potuto scoprire la
nostra tresca.
Quando lei tornava, io e Fuffa avevamo già consumato
il nostro rapporto.
Di mattina, poi, io ritardavo di proposito la mia uscita di
casa.
Appena Tina chiudeva la porta, io e Fuffa ci scatenavamo nelle
nostre faccende sessuali.
Quella mezz’ora di sesso mi caricava straordinariamente
per la giornata di lavoro che dovevo affrontare...
Purtroppo però in quel periodo commisi un errore imperdonabile.
Arrivati a una certa età non dovremmo più cadere
in certe trappole
Io invece, stupidamente, vi precipitai a peso morto.
Mi innamorai di Fuffa.
D’altronde, cosa potevo farci?
Con lei, a letto, toccavo il paradiso.
Con Tina invece, quando lo facevamo, non me ne accorgevo nemmeno.
Venire con lei era come fare la pipì, una cosa fisiologica,
da espletare pensando ad altro.
Ma si sa, in amore l'indifferenza equivale al disgusto.
Alla fine scopare con Tina mi provocava mal di testa da urlo.
Cercavo di evitare quello strazio in tutti i modi.
La sera, mi addormentavo tre ore prima di lei “perché
avevo mal di testa”.
Mi alzavo all’alba per risparmiarmi quel digustoso risveglio
a fianco di un essere glabro...
Per fortuna Tina, indifferente com’era, non si accorse
di niente.
Magari era un po’ infastidita dal mio comportamento
anomalo.
Ma solo perché attentava al tranquillo tran tran di
vita in cui lei amava crogiolarsi....
Fatto sta che non mi mostrò mai nessun segno di disappunto...
Una sera però il destino crudele ci combinò
un brutto scherzo.
Tina tornò a casa mezz'ora prima.
L’ultimo appuntamento della giornata era stato annullato
e lei non aveva avuto il tempo di avvertirmi.
Probabilmente sentì i nostri guaiti d’amore appena
entrò in casa.
Chissà quante supposizioni si affollarono nella sua
mente.
Mai, però, avrebbe potuto immaginare la scena che l'aspettava.
Entrò nella stanza da letto e vide me nudo in ginocchio,
che penetravo Fuffa in posizione accovacciata.
Preso com'ero nel godimento non mi accorsi della sua presenza.
Dunque lei poté osservare quale amante poderoso sarei
potuto diventare, se solo avessi avuto come partner una vera
femmina, per giunta pelosa.
Fuffa fu la prima a irrigidirsi in maniera INNATURALE.
Constatando l’imbarazzo della mia partner, mi voltai
e vidi Tina.
Aveva gli occhi spalancati, le mani chiuse a coppa sulla bocca.
Nei suoi occhi lessi incredulità, umiliazione.
Mi fece pena, lo ammetto.
Così di malavoglia uscii dal corpo di Fuffa farfugliando:
“No, cara, non é come pensi”.
Frase che dovette suonare ben strana dal momento che la pronunciai
a pene eretto e duro come Tina non avrebbe mai immaginato
potesse diventare.
Fuffa, sentendosi defraudata dell’orgasmo, si voltò
verso l’ intrusa
Prese ad abbaiarle contro.
In quel momento Tina portò una mano alla fronte e svenne.
Adesso provate a
immaginare la scena che seguì.
So già a cosa state pensando.
Tina che abbandona la casa e torna da mamma, il valigione
marca Samsonite stipato di tutta la sua roba, al punto che
brandelli di abiti fuoriescono dai lucchetti...
Insomma la classica scena che fa seguito a tutti i tradimenti
di questo mondo.
Invece le cose non andarono così.
E’ vero, Tina quella sera dormì sul divano.
Non degnò di un solo sguardo, di una sola parola né
me né Fuffa.
Tuttavia il giorno dopo, a colazione, la rabbia le era già
sbollita.
Anzi mostrò un atteggiamento assai comprensivo nei
nostri confronti.
Ci sedemmo tutti e tre, attorno al tavolo di cucina.
Io e Tina bevevamo i nostri caffé
Fuffa, seduta sulla sedia di fronte a noi, leccava il latte
dalla ciotola
“In fondo una cagna non é una donna” spiegò
Tina. “Dunque il tuo non può neppure definirsi
un tradimento”
“Giusto” risposi io, incredulo.
“Perciò...” disse lei ”adesso potresti
spiegarmi almeno com’é cominciata.”
Era la domanda tipica delle donne e/o uomini che vengono traditi.
La curiosità morbosa di sapere com’é successo
dove, quando.
Però veniva manifestata da Tina senza acrimonia, quasi
con distacco.
Sicché io non ebbi nessuna difficoltà ad accontentarla.
Mi pare che ne avesse diritto: e che diamine, vivevamo insieme
da tanti anni!
Così le raccontai tutto per filo e per segno.
Tina ascoltò con attenzione.
Alla fine del racconto si alzò, andò in camera
da letto e si vestì.
Poi, come ogni giorno, mi scoccò un bacetto sulla fronte
e andò al lavoro.
Quella mattina io e Fuffa per una sorta di ritegno morale
evitammo di accoppiarci.
L’inaspettata arrendevolezza di Tina nei nostri confronti
aveva fatto nascere in me un grande rispetto per lei
Negli ultimi mesi l’avevo considerata solo un terzo
incomodo, un ostacolo che mi impediva di godere pienamente
il mio amore.
Alla prova dei fatti, invece, si era dimostrata una donna
sensibile, attenta
Non meritava il trattamento che le avevo inflitto.
Adesso mi sentivo addirittura in colpa nei suoi confronti!
La sera tornai a
casa.
Aprendo la porta di ingresso, mi sentivo smarrito, confuso.
Come mi sarei comportato vedendo Fuffa?
Come avrei reagito al tuffo al cuore che mi procurava invariabilmente
la vista delle sue zampette pelose, dei suoi occhi neri, della
piccola coda che si dimenava per la gioia di vedermi?
Sarei riuscito a impedirmi di abbracciarla, baciarla, possederla
pronunciando mille volte il suo nome?
Stranamente Fuffa quella sera non mi corse incontro.
Era la prima volta che succedeva, da mesi.
“Come mai?”, mi chiesi preoccupato.
Corsi verso la stanza da letto.
Possibile che non si sentisse bene?
Avevo letto da qualche parte che gli incidenti fra le mura
domestiche sono più numerosi di quelli che capitano
sulle autostrade.
Con il cuore in gola entrai nella camera da letto.
Gettai uno sguardo intorno
Di Fuffa non vidi traccia.
In quel momento sentii l’acqua scorrere nel bagno.
Era il caratteristico crepitio della doccia quando é
in funzione al massimo del getto.
C’era una perdita d’acqua?
E in questo caso Fuffa dove si trovava?
Me la figurai in una pozza d’acqua, a testa in giù,
annegata...
Corsi verso il bagno con il cuore in gola.
Spalancai la porta.
E quello che vidi mi gelò il sangue nelle vene.
Sotto lo scroscio della doccia c’era Tina, nuda.
I getti d’acqua colpivano una densa poltiglia aggrumata
sul suo ventre.
Non ci voleva molto a riconoscere in quel grumo la consistenza
del Pal Pedigree.
Ai suoi piedi, c’era Fuffa.
Indignato gridai: “Fuffa cosa ci fai lì”.
Appena sentì la mia voce, la cagna si voltò
e prese a abbaiarmi contro.
Proprio come aveva fatto il giorno prima quando mia moglie
ci aveva sorpresi.
Abbaiava perfino nella stessa maniera isterica, risentita.
Quanto a Tina, mi osservava con aria di sfida.
Poi abbassò lo sguardo, maliziosa.
Solo in quel momento notai il vibratore che galleggiava a
pelo d’acqua, in fondo alla vasca.
Allora capii il motivo della tranquilla reazione di Tina di
fronte alla scoperta della tresca fra me e Fuffa.
Compresi il senso di quelle domande particolareggiate sul
nostro primo rapporto sessuale.
Non era stata la frustrazione della donna tradita a mettergliele
in bocca
Ma la voglia di vendetta.
La cosa che più mi faceva male però non era
tanto quello.
Io conoscevo bene la gratificazione sessuale quando appariva
negli occhi di Tina.
Le donava un’aria innocente e nello stesso tempo furba
da bambina discola che ha appena rubato la marmellata.
L’avevo vista tante volte in passato: gliela avevo procurata
io stesso!
Il problema era che quella soddisfazione io adesso la vedevo
dipinta non solo nei suoi occhi ma anche in quelli della mia
amante...
Dunque non mi trovavo di fronte solo a una vendetta da gustare
a freddo, come suggeriva il proverbio
Quella che vedevo era l’inizio di una relazione erotica
fra Tina e Fuffa.
E io da quella relazione sarei rimasto tragicamente escluso!
Io però non
avevo nessuna intenzione di accettare a cuor leggero quella
sconfitta.
Se Tina aveva provveduto a efficaci contromosse di fronte
al mio tradimento, io non mi potevo certo tirare indietro
dinanzi al suo.
Mi chiesi quale poteva essere il modo migliore per riconquistare
il cuore di Fuffa
Per fortuna trovai subito la risposta.
Comprai una confezione di paté de fois.
Me la cosparsi sul corpo e Fuffa non tardò a innamorarsi
nuovamente di me
La nuova dieta a quanto pare le era più gradita della
vecchia.
E io potei ancora godere delle sue pelose grazie.
Inutile dire che Tina passò subito al contrattacco.
Da donna pratica qual’era, intuì che l’origine
bastarda di Fuffa l’avrebbe fatta propendere verso cibi
più grossolani.
Sicché triturò nel frullatore salame e mortadella.
Quindi si cosparse il ventre di quel roseo miscuglio.
Fuffa, posta di fronte a quel prelibato bouquet, non ebbe
esitazioni: dimenticò all’istante me e si rimise
con Tina.
Io però non mi diedi per vinto.
Fuffa voleva cibo grossolano?
E io gliene avrei procurato, eccome
Cosparsi il mio ventre con polmone di cavallo e interiora
di pecora crudi.
Certo puzzavano in maniera stomachevole.
Ma per Fuffa il cattivo odore sembrava essere l’equivalente
dello Chanel n. 5.
Appena mi vide nel soggiorno, nudo, fetido, non resistette
alla tentazione e mi saltò addosso, neanche fossi Lassie
o il commissario Rex.
Quanto a Tina, non fece trascorrere nemmeno ventiquattr’ore
per attuare la sua contromossa.
Non senza qualche ragione, pensò che se era la puzza
quello che Fuffa cercava, gliene avrebbe procurata fin troppa.
Si rifornì perciò di carne di porco in stato
avanzato di decomposizione e se ne cosparse il ventre.
Fuffa cadde subito nella trappola.
E in breve io fui costretto a riadattarmi alla condizione
di cornuto
Proseguimmo per settimane quella lotta.
Ma fra noi non ci furono mai né vincitori né
vinti
L’unica che traeva vantaggi da quella follia era proprio
Fuffa.
La bastardina aveva trovato il modo di farsi coccolare come
una neonata da entrambi.
Approfittando della situazione si ingozzava di cibo a più
non posso
Dormiva e mangiava tutto il giorno realizzando così
il sogno tipico dei bastardi: mangiare, bere, scopare senza
avere un solo pensiero al mondo...
Grazie a questa way
of life tuttavia con il passare dei mesi, Fuffa cominciò
a ingrassare.
All’inizio mostrava solo qualche bozzo di carne sul
dorso, sul collo.
Poi il grasso prese a traboccarle sul viso, sui fianchi.
Con il tempo Fuffa a causa dell’obesità cominciò
a trovare faticoso uscire di casa per i bisogni.
E io e Tina, sempre pronti a compiacerla in tutti i modi,
piazzammo in casa tre pitali in miniatura (cioé scodelle
di alluminio).
Ora chiunque ha posseduto un cane sa che l’animale va
abituato con severità a compiere i suoi bisogni.
Se si mostra riottoso, occorre addirittura usare le maniere
forti.
Ma Fuffa costituiva un caso a parte
Lei ci teneva in pugno.
Sapeva che non le avremmo mai torto neppure uno dei suoi preziosi
peli.
Certa dell’impunità, perse ogni freno: cominciò
a defecare e orinare in cucina in salotto in camera da letto.
La nostra casa in breve si ridusse un letamaio.
L’aria era diventata irrespirabile.
Ormai impedivamo ai nostri amici di metterci piede
Proibivamo perfino ai garzoni del supermercato di entrare
in corridoio. Avevamo paura che chiamassero l’Ufficio
Igiene!
Nel frattempo Fuffa diventava sempre più grassa.
Adesso trovava fastidioso perfino camminare.
Si distendeva per ore sul letto matrimoniale racchiusa nel
suo bozzolo di carne, senza compiere un solo movimento.
Per nutrirla dovevamo ricorrere a fialette di vitamina.
Eppure io e Tina incredibilmente continuavamo ad amarla.
Infatuati come adolescenti, riuscivamo ancora a distinguere
nei lineamenti alterati dal lardo l’espressione furba
che ci aveva conquistati.
Bastava un movimento fra le lenzuola e noi non vedevamo più
la carne pendula, il grasso molle, ma le membra scattanti
e forti che ci avevano fatto delirare.
Non vi appaia, amici, un simile comportamento strano o incomprensibile.
Avete mai visto gli anziani che camminano mano nella mano
per i viali illuminati dal tramonto?
Sono ormai stanchi, imbolsiti.
Forse, loro si vedono ancora com’erano un tempo, quando
erano giovani e belli, perciò si amano ancora.
Allo stesso modo io Tina a notte fonda entravamo nella stanza
da letto in punta di piedi.
Ci piaceva osservare Fuffa quando dormiva.
La cagna posava il capo sul cuscino lercio affondando il piccolo
viso nelle pieghe grasse del collo.
Poi all’improvviso cominciava a russare emettendo rumori
di gola simili a rantoli.
“Dio, com’é bella!” mormoravamo allora
io e Tina, incantati...
Avremmo proseguito
quel ménage a trois chissà per quanto tempo.
Forse per tutta la vita.
E sarebbe stata una vita davvero singolare.
Finché in autunno arrivò il giorno della Festa.
Il sei ottobre, dovete sapere, a casa mia si svolgeva un piccolo
rituale.
Papà e mamma lo chiamavano ‘il giorno del Ringraziamento’.
“Siamo riusciti a stare insieme per altri dodici mesi”
diceva papà con un sospiro “speriamo che continui
così”
Cosa si festeggiava in realtà?
Il fatto che papà essendo ancora un bell’uomo
si era trovato un’amante.
Mamma, dal canto suo, non avvertendo più gli stimoli
del sesso, era ben contenta che papà avesse trovato
il modo di soddisfare altrove i suoi bisogni.
Quel pranzo, rigorosamente a base di pesce, serviva a festeggiare
l’antica intesa raggiunta fra i due.
Naturalmente quel rituale aveva coinvolto per anni solo me
mamma e papà.
Però da quando avevo preso moglie, i partecipanti al
pranzo erano raddoppiati:
Oltre Tina intervenivano anche i miei suoceri.
Ho già accennato al feeling straordinario che univa
le nostre due famiglie.
Quella festa celebrata in comune ne era la dimostrazione...
Dunque io e Tina la sera della Festa, rimpinzammo Fuffa di
cibo.
Cambiammo le lenzuola del letto dove lei se ne stava distesa
immobile come un budda, grassa come una scrofa. La salutammo
con un bacino e uscimmo di casa.
Ci recammo in auto verso l’abitazione dei miei.
Nonostante il lungo tragitto non scambiammo una sola parola.
Nel giro di un’ora raggiungemmo il quartiere residenziale
dove avevo trascorso la mia infanzia.
Ebbene ci bastò entrare dalla porta di casa per renderci
conto di quale tunnel senza via d’uscita avevamo imboccato.
Io e Tina come ho detto lavoravamo come pazzi.
La vita privata fallimentare ci spingeva a moltiplicare gli
sforzi per ottenere il successo sul lavoro.
Solo da quel lato ormai potevamo sperare di ottenere qualche
soddisfazione.
Ebbene i nostri genitori ci accolsero con abbracci e baci
Però nello stesso tempo notarono il nostro aspetto
stanco, infelice.
Nessuno di loro ci lesinò affettuosi predicozzi sul
fatto che ‘lavoravamo troppo’ e che ‘nella
vita non esisteva solo quello’.
“Perché non vi prendete una vacanza?”,
propose la mamma di Tina.
Mio padre, invece, come al solito brillante e spregiudicato,
mi suggerì di nascosto:
“Avete problemi di corna, vero? Cercate di trovare un
accordo come facemmo io e mamma tanti anni fa, altrimenti
non ne uscirete più”.
Io lo guardai incredulo.
Come aveva fatto a indovinare?
Io e Tina passammo una serata tranquilla, distensiva.
Niente del genere ci capitava da mesi, cioé da quando
avevamo iniziato la nostra relazione con Fuffa.
Poi arrivò il momento del brindisi.
Ci riunimmo nel salone per levare in alto i calici colmi di
Dom Perignon.
Ebbene, come tanti anni prima, notai che la linea immaginaria
che congiungeva i nostri corpi, se unita, avrebbe formato
un cuore.
Io, però mi trovavo al centro di quel cuore, cioè
fuori posto.
In pratica lo tagliavo a metà, come se lo spezzassi.
“Ed é giusto” pensai con un nodo in gola
“In fondo sono stato io a iniziare la relazione con
Fuffa”
Allora mi tornò in mente il cuore integro, perfettamente
disegnato che io e Tina avevamo inciso sulla settima panchina
a sinistra della Floridiana
Poi quello sotto lo stipite della biblioteca, all’università,
Quei cuori, pensai, non si sarebbero mai spezzati
Al pari di quello che avevamo formato noi stessi in quel salone,
tanti mesi prima.
Compresi allora che se ero stato io la causa di quella spaccatura,
adesso spettava a me il compito di ricomporla.
Mi avvicinai a Tina, le tesi le braccia.
Lei in un primo momento mi guardò con diffidenza,
Forse temeva da parte mia qualche colpo basso nella lotta
che ci coinvolgeva.
Però lei mi conosceva bene.
Sapeva guardarmi dentro meglio di chiunque altro.
Lesse nei miei occhi quello che effettivamente sentivo: affetto,
voglia di ricominciare.
Allora mi tese le braccia a sua volta.
Ci baciammo e ci abbracciammo appassionatamente innanzi ai
nostri genitori.
Tra i loro urrà e battimani io mi riallineai a Tina,
il cuore della famiglia venne ricomposto.
Il brindisi che seguì venne pronunciato da mio padre
con voce rotta dalla commozione:
“A Aldo e Tina, spero che abbiano trovato la strada
giusta per superare le loro difficoltà!”
“Trovate un
accordo subito o non ne uscirete più”.
Le parole di papà mi rimbombavano nella mente mentre
tornavamo a casa.
Durante il tragitto, Tina mi teneva per mano.
Entrambi temevamo l’impatto con Fuffa.
Avrebbe retto la nuova unione all’incontro con la personalità
carismatica della nostra cagna?
Arrivammo nel nostro quartiere.
Salimmo le scale del palazzo.
Aprimmo la porta.
Subito il puzzo di orina e sterco che aleggiava per casa ci
asfissiò.
Eppure all’interno di quel lezzo riuscimmo a distinguere
l’inconfondibile odore di pelo che tanto ci faceva godere.
Entrambi come per un riflesso condizionato corremmo, io verso
il bagno, lei verso il soggiorno.
Dopo qualche secondo ci ritrovammo, insieme, in camera da
letto.
Tina stringeva in una mano il vibratore, enorme, roseo, io
dal canto mio avevo afferrato uno dei profilattici.
Negli ultimi tempi usavo qualche precauzione per penetrare
le intimità di Fuffa: temevo infatti di prendere qualche
malattia a causa dalla sua mancanza di igiene.
Ci avvicinammo al letto.
Fuffa racchiusa nel suo bozzolo di carne ci fissava.
Io e Tina ci inginocchiammo sulle lenzuola .
Ci scambiammo un’occhiata neppure noi sapevamo se di
amore o di odio.
Fu allora che Fuffa, a sorpresa, si mosse.
Per la prima volta dopo parecchie settimane si spostò
dalla sua posizione.
Forse avvertiva qualcosa che non quadrava.
Cominciò ad abbaiare.
Il suo latrato però partendo da un corpo sfatto, da
una gola appesantita dal lardo, venne fuori simile allo squittio
di un topo.
La postura del corpo, inoltre, arrembante, aggressiva, le
fece piantare le tozze zampe sulle lenzuola
Ma poiché non si reggeva più in piedi cadde
di lato, con rigidità
Sembrava un pupazzo privato della base di sostegno
Insomma Fuffa grazie a quell’atteggiamento minaccioso
riuscì a rendersi ridicola.
Davanti ai nostri occhi il mito si era trasformato in una
barzelletta.
L’amore eterno in un osceno balocco.
Allora un unico, identico pensiero attraversò la mente
mia e di Tina: come avevamo fatto a innamorarci di quell’aborto?
Come avevamo potuto rinunciare alla vita vera, quella che
i nostri genitori avevano celebrato nella festa del Ringraziamento,
al solo scopo di renderci graditi a quell’orrore?
Io senza esitare gonfiai il profilattico come un palloncino.
Tina levò verso l’alto il vibratore.
Ci scambiammo un cenno d’intesa.
Fuffa che aveva capito tutto, provò a fuggire.
Ma grassa com’era non riuscì a compiere neppure
un passo.
Io le calai il lattice sulla testa imprigionandola.
Fuffa in preda ai rantoli del soffocamento cominciò
a dimenarsi.
Ma tra le mie mani avvertivo solo un tremito convulso, era
quella l’unica forma di energia che il suo corpo sfatto
riusciva a esprimere.
Fu Tina a calare il primo colpo.
Il glande arcuato del gildo andò a cozzare sinistramente
contro il cranio della cagna.
Subito Il lattice del profilattico divenne opaco di sangue.
Quindi Tina vibrò un altro colpo e un altro.
Poi levò gli occhi verso di me
Sembrava quasi chiedermi se doveva continuare oppure no, se
anch’io ero d’accordo...
io compresi il suo imbarazzo, la sua paura.
Le strappai di mano il vibratore invitandola con un cenno
del capo ad occuparsi del profilattico.
In meno di un secondo ci scambiammo i ruoli.
Adesso ero io a calare il glande contro Fuffa.
Per fortuna Tina si era occupata del lavoro sporco cioè
quello di frantumare la durezza del cranio e di ciò
le fui grato.
Così a me toccò solo affondare il glande nella
morbidezza degli organi interni cioé nel cervello,
negli occhi.
Fuffa colpita a morte crollò sul letto con le zampe
divaricate, il suo collo adesso penzolava da un lato e dall’altro
come quello di una bambola rotta.
Il profilattico insanguinato cosparso di pezzetti di cervello
per fortuna ci impedì di vedere il suo volto terrorizzato,
la dentatura spaccata, i lineamenti esplosi a causa della
nostra violenza.
Solo allora io e Tina abbandonammo la presa.
Io gettai via il vibratore, lei si liberò del profilattico.
Insieme, con il sangue che ci colava sulla faccia e sulle
mani ci dirigemmo verso il telefono.
“Dobbiamo costituirci” dissi io
“Senz’altro”
“Che numero ha la polizia” chiesi afferrando la
cornetta.
“Tre uno tre”
Lo composi con mani tremanti.
Dall’altro capo del filo rispose la voce annoiata di
una donna
“Qui polizia”
“Devo denunciare un omicidio”
“Chi é lei”
“L’assassino”
Allora Tina afferrò la cornetta e urlò: “Anch’io!”.
La guardai con affetto, grato per quella manifestazione di
complicità
La donna dall’altro capo del filo chiese: “E chi
é la vittima”
“Fuffa” gridammo in coro
“Ma questo é il nome di un cane!”
“Un cane?” dicemmo io e Tina stupiti.
“Che scherzo del cavolo” fece la signora della
polizia “avete tempo da perdere, eh, brutti stronzi?”
Poi riattaccò bruscamente.
Io e Tina abbassammo la cornetta e ci guardammo.
“E’ vero, in fondo era solo un cane”
“Già uno stupido, inutile cane”
Scoppiammo a ridere
Cominciammo a ballare per la stanza.
Cantammo perfino.
La drammaticità dell’assassinio, il legame morboso
con Fuffa ci aveva fatto dimenticare la circostanza che noi
eravamo due esseri umani e lei un cane.
Dunque la sua uccisione non ci avrebbe fatto finire in galera
rovinandoci la vita, come avevamo pensato fino a qualche secondo
prima
Gli esseri umani vengono puniti solo se ammazzano i loro simili,
ammazzare un cane non é un reato.
Dunque eravamo di nuovo liberi, padroni di noi stessi.
In preda a un’incontenibile gioia, ci venne in mente
di telefonare ai genitori per comunicare la nostra felicità.
Ma come avremmo fatto a spiegare le circostanze che l’avevano
provocata?
Meglio lasciar perdere.
Piuttosto, avevamo compiti ben più gravosi da adempiere...
Infilammo il cadavere
di Fuffa nel sacchetto dell’immondizia.
Poi ci guardammo intorno
Dovevamo cancellare ogni traccia del suo passaggio, anche
minima.
Neppure un pelo avrebbe dovuto rimanere in giro, né
tanto meno il più tenue odore corporale
Ci mettemmo subito al lavoro.
Usammo disinfettanti, detergenti, deodoranti.
Lavorammo di gomito ripulendo con stracci ogni centimetro
di pavimento.
Spostammo i mobili, perché nessun ricordo di Fuffa
potesse in futuro saltar fuori.
Sotto il divano trovammo la pallina di gomma che lei addentava
con gusto.
Da dietro la cassettiera del bagno schizzò fuori il
suo osso di gomma, al sapore di hamburger.
In seguito sollevando un tappeto ci imbattemmo in un gomitolo,
ormai schiacciato, che lei si divertiva a srotolare.
Io e mia moglie raccogliemmo quei cimeli.
Senza parlare, li infilammo nel sacchetto dell’immondizia
accanto al cadavere.
Poi portammo il sacchetto giù al palazzo.
Non abbandonammo però quella bara improvvisata nel
cassonetto davanti casa nostra.
Non volevamo restare, più tardi, traumatizzati dal
fragore del passaggio di un camion dell’immondizia
Percorremmo così ben dieci isolati a piedi nel freddo
della notte.
Giunti a circa un chilometro di distanza dal nostro portone,
depositammo il sacchetto
Poi tornammo a casa.
Appena rientrati compimmo un’ispezione cavillosa per
le stanze.
Ci accovacciammo per terra scrutando tra i battiscope, strisciammo
come vermi sotto i mobili.
Annusammo l’aria a quattro zampe.
Alla fine concludemmo che in quella casa di Fuffa non rimaneva
più traccia.
Era come se non fosse mai esistita.
In quel momento la luce dell’alba cominciò a
filtrare dalle persiane chiuse.
Io e Tina, esausti, crollammo per terra.
Ci addormentammo così, uno accanto all’altro,
mano nella mano...
Il
giorno dopo ci rifiutammo di andare al lavoro.
Appena svegli, ci recammo in un’agenzia di viaggi.
Prenotammo una crociera per le Bahamas
Per fortuna trovammo posto su una nave della Festival Crociere
e partimmo.
Quella vacanza fu deliziosa.
Durante la permanenza a bordo ci dedicammo alle attività
tipiche dei turisti: bagni in piscina, cocktail al chiaro
di luna, pranzi luculliani, balli in discoteca.
Una settimana dopo tornammo in città abbronzati, distesi.
Ci inserimmo nel tran tran della vita lavorativa.
In poco tempo incrementammo le nostre attività.
Al punto che un anno dopo riuscimmo a pagare il mutuo della
casa: quel nido d’amore sarebbe stato nostro per sempre!
Dunque tutto sembrava procedere per il meglio...
Eppure...
eppure qualcosa non quadrava ..
Io e Tina non ci sentivamo più quelli di una volta.
Frequentavamo amici ricchi e rilassati.
Le nostre scopate avvenivano con regolarità.
I gesti, le parole erano in perfetta sintonia con l’ambiente
che ci circondava.
Però qualcosa dentro noi ci impediva di essere al cento
per cento dentro quello che facevamo.
Una specie di zavorra, un peso morto.
Le nostre gioie si fermavano a metà.
I nostri orgasmi non avvenivano compiutamente.
I successi lavorativi non ci soddisfacevano del tutto.
Insomma ci sentivamo infelici.
Eppure secondo i canoni sociali rappresentavamo la quintessenza
del successo: eravamo giovani, benestanti, pieni di salute...
Cosa ci mancava?
Poi un giorno Tina si accorse di essere incinta.
I nostri genitori nonostante il cinismo di facciata accolsero
la notizia con immensa gioia.
Cominciò tra loro un allegro dibattito sul nome da
dare al nascituro, l’ecografia ne aveva rivelato anzitempo
il sesso: era femmina.
Mia madre e quella di Tina si accapigliarono scherzosamente
ma non troppo sul nome da dare alla piccola.
Ognuna di loro pretendeva di affibbiarle il proprio.
Noi promettemmo a entrambe che avremmo scelto il nome a Parigi
davanti alla Tour Eiffel, a pochi passi dall’arco di
Trionfo
Poi partimmo per quello che era, a tutti gli effetti, un viaggio
di piacere.
Giunti alla Ville Lumière ci sedemmo su una panchina
di marmo, agli Champs Elisées.
“Allora come la chiameremo?” chiese Tina “Irene
o Luisa, come mia madre?”
“.... o Marcella, o Andrea come mamma mia?” feci
io.
Quel giorno ricordo, piovigginava.
Tina aveva un pancione enorme, ormai stava per uscire di conto.
I passanti ci guardavano con tenerezza: quella giovane coppia
in attesa ne suscitava davvero tanta.
Noi due invece sentendoci come al solito delusi, scontenti,
provammo a incidere un cuore sulla panchina di marmo.
“Come ai vecchi tempi” spiegò Tina
“Già, e lì incideremo anche il nome della
piccola “ proposi io
Ci sembrò una buona idea.
Tina tirò fuori dalla borsa la limetta per le unghie.
Me la consegnò e io cominciai l’incisione.
Disegnai il solito cuore.
In quel momento un vecchio cane spellacchiato passò
davanti alla panchina.
Diffuse per l’aria un odore di pelo bagnato, di afrore
animalesco, qualcosa di selvatico, ferino, che é prima
delle parole, prima di qualsiasi espressione umana.
Allora Tina impugnò assieme a me la limetta.
All’interno del cuore, insieme, incidemmo il nome della
piccola
Sarebbe stato quello dell’essere che più avevamo
amato al mondo.
Certo, ci rendevamo conto che pronunciare ogni giorno quel
nome avrebbe significato per noi ricordare la felicità
perduta e rinnovare il rimorso.
In compenso, però, adesso sapevamo cosa mancava alla
nostra vita:
Il suo pelo, il suo egoismo animale, la sua feroce allegria.
Uccidendo lei avevamo ucciso una parte di noi stessi, e ora
dovevamo pagare.
Incidemmo dunque senza esitare il nome ‘Fuffa’
in quel cuore.
E qualche settimana dopo, quando nostra figlia nacque, glielo
imponemmo.

Leggi l'intervista di Francesco Velonà a Michele Serio
Michele
Serio (napoli 1954), già compositore
e interprete di musica pop, ha scritto commedie di successo
e collabora a giornali e riviste in italia e all’estero.
ha pubblicato la Signora dei lupi (Milano 1991), Pizzeria
Inferno (Milano, 1994), Nero metropolitano (Milano, 1996),
tradotti in molte lingue.
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