BUFFY L’AMMAZZAVAMPIRI
di Barbara Maio


La serie televisiva Buffy The Vampire Slayer (in italiano Buffy l’ammazzavampiri), nasce nel 1997 creata dal produttore Joss Whedon, già sceneggiatore di film come Toy Story e Alien:Resurrection. In realtà l’origine di questa serie risale al 1992 quando lo stesso Whedon scrive la sceneggiatura di Buffy per una versione cinematografica che non ottiene alcun successo.
Qualche anno dopo Whedon riprende l’idea trasformandola in una serie e riesce a realizzare una prima stagione da dodici episodi che ottiene subito un buon successo dando il via ad una delle serie più acclamate da pubblico, critica e mondo accademico della storia della televisione.

La storia è quella di Buffy Summers, tipica adolescente americana, che poi tanto tipica non è: Buffy è, infatti, la discendente di una stirpe di cacciatrici di vampiri, possiede una forza ed un istinto tali che le consentono di affrontare questa lotta alla pari con demoni di ogni natura. La serie parte da dove finiva il film; Buffy si trasferisce con la madre (i genitori sono separati) a Sunnydale, tranquilla cittadina della California che ha il pregio di trovarsi sulla bocca dell’inferno. Ad aspettarla trova Rupert Giles, bibliotecario della scuola che, in realtà, è l’osservatore di Buffy, con il compito di istruirla e guidarla nella sua missione. Nonostante la voglia di ribellarsi al suo destino, Buffy seguirà la sua missione affiancata, oltre che da Giles, da Willow e Xander, compagni di scuola e di vita.

Nel corso delle sette stagioni la serie ci racconta le vicende dei quattro protagonisti, la scooby gang, che cresceranno e matureranno, spesso con sofferenza. Così vediamo i protagonisti affrontare i primi problemi di amore, i dubbi sul futuro, problemi economici, il tutto tra una sventata apocalisse e l’altra.

Il postmoderno sul piccolo schermo
Dalla breve trama riportata precedentemente risulta difficile capire, per chi non conosce la serie in prima persona, cosa abbia Buffy di diverso da tante serie che affollano gli schermi televisivi.
Il pregio di una serie come Buffy è, principalmente, quello di essere “intelligente”, di essere, cioè, una serie dove lo spettatore di qualsiasi età può trovare ciò che cerca. Superando l’aspetto superficiale di “serie adolescenziale” Buffy si presenta, infatti, come un racconto stratificato e complesso, ricco di riferimenti alla cultura alta, di citazioni interne ed esterne, di significati. La serie rappresenta, quindi, la summa di quella che potremmo definire “televisione postmoderna”, una definizione rischiosa, visto l’ampio e controverso dibattito sul postmoderno, ma che serve a definire un nuovo tipo di fiction che, dagli anni ’90 in poi, ha fatto uso di tecniche e stili, tipici del cinema e di un certo tipo di cultura popolare a noi familiare. Ecco allora che Buffy fa uso di un linguaggio cinematografico in maniera frequente, abbandonando lo stile tipicamente televisivo, piatto, dei telefilm degli anni ’80. Whedon ed il suo team registico fanno un uso di movimenti di macchina tipici del grande schermo con l’utilizzo della steadicam, del dolly, della macchina a mano, del piano sequenza. Anche il montaggio è sempre fresco e ritmato senza scadere, però, nella facile estetica di videoclip. Ancora più interessante è il contesto diegetico ed extra-testuale della serie. Whedon gioca con i generi, ibridandoli quando si tratta di definire la serie in sé – Buffy è infatti, contemporaneamente, un horror, una commedia, un teen drama – ma, anche, omaggiandoli nella loro forma più pura, come nel caso dell’episodio Once more, with feeling (La vita è un musical, 06.07), un musical in classico stile “broadway” dove i protagonisti smettono improvvisamente di parlare e cominciano a cantare. Dal punto di vista testuale, Whedon fa un ampio uso della citazione sia esterna verso il mondo del cinema, della letteratura, della cultura popolare, che autoreferenziale.

Proprio l’autoreferenzialità è, a vari livelli, una delle cifre stilistiche di Buffy. Infatti, la costruzione stessa della serie, seppur adattandosi allo standard televisivo della serie classica (22 episodi a stagione da circa 42 minuti, a parte la prima stagione che conta solo 12 episodi) ha uno sviluppo originale poiché ogni episodio è strettamente legato ai precedenti ed ai successivi. In ogni singolo episodio ci sono sviluppi, magari minimi, di storie iniziate molto prima o riferimenti a fatti che troveranno la loro conclusione solo dopo molto tempo. In pratica una stagione di Buffy si pone come se fosse un macro episodio che presenta una storyline continua. Non esistono nel buffyverse episodi completamente autonomi dal punto di vista narrativo. A differenza di una serie come X-Files, ad esempio, dove per lunghi tratti si ha una sensazione di congelamento della storyline, in Buffy ognuno dei 144 episodi forma un tassello di un un’unica grande storia.

Un altro tratto molto interessante della serie è legato alla rappresentazione dei personaggi. La protagonista si inserisce - e, per certi versi, ne diventa capofila - nel filone delle nuove eroine (Xena, la Max di Dark Angel, Nikita ed altre) che incarnano un nuovo genere, modelli femminili che superano le rivendicazioni del femminismo classico per approdare ad “eroine” che posso competere con gli uomini da tutti i punti di vista, fisici e mentali, senza perdere la natura stessa della femminilità. Non, quindi, semplici cloni degli uomini ma nuove donne che, per questo motivo, hanno bisogno di avere accanto nuovi uomini.

Nella serie, infatti, accanto alle figure femminili – non solo Buffy ma anche Willow, Cordelia, Anya – si alternano gli uomini della serie che devono, necessariamente adeguarsi a questo nuovo ruolo di partner, a diversi livelli. Gli amanti di Buffy sono figure che rappresentano modelli diversi di mascolinità: Angel, la prima passione della Cacciatrice, rappresenta l’amore romantico, portatore di una storia impossibile da sublimare poiché idealizzata; Riley rappresenta la normalità dopo la passione distruttiva con Angel e, per questo, non sarà in grado di ricoprire pienamente il ruolo di compagno della Cacciatrice, poiché portatore di una figura maschile troppo classica; Spike è il personaggio più complicato poiché se da un lato la sua love story con la Cacciatrice è una maturazione visto che la storia si sviluppa in maniera “adulta”, meno romantica e più realistica, dall’altra questo rapporto presenta sin dall’inizio una accezione violenta, sicuramente disturbante, che culmina con il tentato stupro dell’episodio Seeing red (Profondo rosso, 06.19). Non è un caso che la fine della serie ci presenti una Cacciatrice single.

Anche gli altri personaggi maschili fanno fatica a trovare un loro spazio in questo mondo di donne nuove. Xander rappresenta il lato “normale” della scooby gang, essendo l’unico del gruppo che non ha particolari caratteristiche, fisiche e mentali. Anche la sua relazione con il mondo femminile è all’insegna della ricerca di una storia “normale”. Xander è, infatti, l’unico che con Anya cerca di costruire un rapporto durevole arrivando fino alle soglie del matrimonio.
Infine, abbiamo il personaggio di Giles che, per motivi diversi, è uno dei più interessanti e complessi. Giles è, infatti, l’unico personaggio adulto della gang e si pone, quindi, come figura di riferimento per il gruppo di giovani in un mondo dove le figure adulte sono generalmente assenti e, comunque, sempre negative. Essendo già adulto all’inizio della serie – il Giles della prima stagione ha una quarantina d’anni – il personaggio “esiste” già prima di entrare nel mondo di Buffy, ha un suo passato, ha tutta una vita precedente che ne fa il Giles del momento, vita che a noi spettatori e al resto della gang è data di scoprire poco a poco e che rende il personaggio, inizialmente dipinto come timido e ingenuo, sempre più complesso. Proprio per questa maturità Giles ha un modo diverso di porsi nei confronti delle figure femminili poiché non ha bisogno di affermare la sua virilità in senso stretto anche perché il suo carattere è delineato come maggiormente “mentale” piuttosto che “fisico”. Nel momento in cui, però, decide di entrare nel vivo dell’azione, scopriremo un Giles nuovo, forte in un senso diverso rispetto a Buffy ma non per questo meno efficace. Se la forza di Buffy è data dalla sua potenza fisica, la forza di Giles è data dall’esperienza e dalla cultura e non è un caso che proprio il suo personaggio sia l’unico ad uccidere un essere umano a sangue freddo (The Gift - Il dono, 05.22), poiché un atto simile di Willow nella sesta stagione si svolge sotto l’influsso e la potenza disturbante della magia togliendo, se vogliamo, colpa all’assassina e ponendo, quindi, questo omicidio sotto un altro tipo di moralità.

In conclusione, possiamo affermare che Buffy riesce a conciliare diverse caratteristiche di una serie di successo, trama accattivante, personaggi realistici, cast decisamente “in parte”, ottima regia, il tutto senza cadute di qualità nel corso delle sette stagioni, facendo di Buffy un capolavoro del piccolo schermo e proiettando la serie nell’universo del “cult”, fenomeno testimoniato anche dall’interesse del mondo accademico per la serie che prosegue ad oltre un anno dalla fine del buffyverse. Sempre sperando che il buffyverse non si sia chiuso per sempre…………



Barbara Maio (1974) laureata in Lettere – Indirizzo Spettacolo e Comunicazione presso l’Università Roma Tre, specializzata in Scienze della Comunicazione presso l’Università “La Sapienza” di Roma, è attualmente dottoranda presso Il DAMS di Roma Tre dove sta svolgendo una ricerca sull’autorialità nella fiction televisiva seriale. E’ curatrice della collana Fiction TV (Aracne Editrice – Roma) nella quale ha pubblicato il volume inaugurale sulla serie Buffy The Vampire Slayer (2004).
Altre pubblicazioni: Fiction TV. Manuale della Fiction Televisiva (Cinetecnica – Faenza (Ra) 2003), L’estetica dell’ibrido. Il cinema contemporaneo tra reale e digitale (Bulzoni – Roma 2003).

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