ALLA CORTE DEL DIO DEL SUONO
Intervista a Danilo Arona
a cura di Giuseppe Cozzolino & Enzo Sarno


Dialogare con Danilo Arona è un’esperienza auspicabile per tutti coloro che si dilettano di cinema e letteratura in modo non convenzionale. Giornalista e scrittore fra i più eclettici del nostro Paese (vedi scheda a chiusura d’intervista), Danilo ha una particolare predilezione per i colori del Mistero, del Giallo e del Nero. Fra le sue più recenti fatiche: un particolarissimo romanzo intitolato La stazione del Dio del Suono per le edizioni Larcher di Brescia. Un’occasione ghiotta, per noi di Napolinoir, di parlare di questo e di tutti i suoi precedenti exploit.


Per cominciare, ci incuriosisce molto la tua attività di giornalista esperto di vita notturna (al punto di dirigere la rivista mensile “La guida della notte”). Quanto ha giocato, se ha giocato, nelle tue passioni per il genere horror e gotico?

La definizione “esperto di vita notturna” magari a qualcuno confonde le idee… In ogni caso ho fatto il musicista con alti e bassi quantitativi dal 1965 ai primi mesi del 2004 (adesso sono in pausa meditativa), intervallando anche con attività sempre notturne di dee-jay, radiofonico e da sala. E’ ovvio che ho frequentato per decenni un certo mondo e certi personaggi. In più di sicuro possiedo il metabolismo di quelli che non vanno mai a dormire, con i ritmi circadiani storicamente sballati… Insomma, per me la notte è il momento in cui mi sento meglio. Peccato il doversi alzare, ahimé, tutte le mattine ad una malefica ora antelucana per evidenti ragioni di pagnotta. Che il gotico ed i suoi annessi ci azzecchino con questo gioco esistenziale mi pare logico. Ho vissuto by night un sacco di storie ai confini della realtà e ho incontrato gente incredibile che me ne ha raccontate ancor di più strabilianti. Di giorno magari le prendi meno sul serio, ma la notte è una specie di “livella” napoletana dove tutto può azzerarsi, compresa la raziocinante incredulità. Ho tentato di trasferire parte di questo climax nei romanzi Rock e Palo Mayombe, storie di musicisti alle prese con grane in diretta dall’altro mondo, e ti garantisco la genuinità di un notevole elemento autobiografico. Per farti un esempio pratico, fra le varie “magioni infestate” che mi è capitato di visitare, posso pure annoverare una piccola discoteca dell’alessandrino, dove a una certa ora tarda si sentivano fortissimi profumi di fiori e più d’una persona fuggiva a gambe levate. Fantasma? Può darsi… Ci portai una mia amica medium che identificò una tipa morta per incidente stradale e intonò per un paio d’ore strani mantra. Tutto finì lì… all’apparenza, perché la bellezza della notte consiste anche nella reiterazione delle sue più tipiche paure.

Fra le tue opere più curiose e interessanti, ricordiamo il volume “Nuova guida al fantacinema – la maschera, la carne, il contagio” (edito qualche anno fa dall’editrice Punto Zero). Un libro dai contorni tutt’altro che scontati e definiti. Vuoi parlarcene?

Ti ringrazio. E’ uno dei miei libri che amo di più, dove ho tentato di proporre una critica “meticcia” compromessa intenzionalmente con gli archetipi junghiani, scivolando qua e là anche sul mondo “fantasmatico” che al cinema, soprattutto quello horror, è collegato. Forse antropologia della critica, chi lo sa?… Ma, tutto sommato, la “definizione” è veramente l’ultimo dei problemi nel mio caso, perché temo di essere io come autore a evidenziare contorni tutt’altro che chiari. Di sicuro è un problema per il mercato italiano non specificare in una parola ciò che fai ed è forse per questo che nel corso degli anni mi sono ritrovate addosso etichette di ogni tipo. Ma va bene così… non penso che l’eclettismo sia un grave difetto. Tornando al libro della PuntoZero – l’edizione più sontuosa della mia carriera con quella copertina da urlo (Alien in rilievo tra Michael Myers e il Suppliziante) – , è stato scritto in anni di feroci polemiche sugli effetti “perturbanti” di certi film sulle menti di persone particolarmente labili, primo fra tutti il caso, poco noto in Italia, dell’architetto polacco Marguerite Zakrewski che uccise a Parigi marito e tre figli dopo avere visto il film Copycat (un destino nel titolo…), impiccandosi poi nello stesso, singolare modo con cui il serial killer del film voleva uccidere Sigourney Weaver. Mi convinsi – e ne sono tuttora persuaso – che la critica cinematografica può, anzi deve, entrare nello specifico di certe fenomenologie estreme che all’apparenza non la riguardano. Infatti, da lì a poco, scrissi per Marco Tropea Possessione mediatica, altro libro che nessuno è stato in grado di classificare, me compreso. Qualcuno mi dice che sono un po’ avanti coi tempi… Non so che dire. Se ti viene in mente un’idea, per così dire, inedita, spendo ogni mia forza perché veda la luce… In un’epoca dove tutto è già stato visto o letto, mi sembra giusto battersi per far emergere le vere novità, senza preoccuparsi al momento di “battezzarle”. Tanto, con il tempo, il critico che è in me dovrà confrontarsi anche con questo aspetto della questione.

Esiste, a tuo avviso, un risveglio del cinema fantastico europeo (i film dei francesi Christophe Gans e Pitof, le numerose produzioni dell’iberica Fantastic Factory). E non ti sembra che, come al solito, l’Italia sia nettamente in ritardo?

Ma sì, senza dubbio. Anche se ne vediamo poco, ad esempio il cinema fantastico spagnolo è vitale, come più o meno lo è sempre stato. Agustin Villaronga, ad esempio… Perché non importarlo invece di farci vedere centoni orripilanti come El tuno negro? I francesi strizzano maggiormente l’occhio a certa fracassoneria hollywoodiana, ma, insomma, di titoli ne escono. E persino l’ultimo film di Jacques Rivette, Storia di Marie e Julien, a un certo punto sfocia nel gotico. Siamo in ritardo? Di sicuro, ma temo che il tasto dolente sia sempre lo stesso: nessuno, o quasi, che voglia investire per produrre film fantastici. Ed è un paradosso nella patria di Tiziano Sclavi, di Valerio Evangelisti…O del Dario Argento dei bei tempi di Profondo rosso e Suspiria… O del Michele Soavi, raffinato e visionario, che li farebbe volentieri i film fantastici perché è un sincero amante del genere, ma che riesce solo a nobilitare con il suo tocco inconfondibile i miniserial Mediaset (eccellente il suo Ultima pallottola sul caso Bilancia)… C’è un altro paradosso, se vogliamo: quello editoriale che riflette come in uno specchio più piccolo quanto accade per il cinema. Se uno scrittore genuinamente horror come Gianfranco Nerozzi ha da essere fruito dal grande pubblico con il nom de plume “Jo Lancaster Reno” nella collana Segretissimo (dove il nostro scrive horror travestiti da spy-stories – leggete i suoi romanzi del ciclo “Hydra Crisis”, se non ci credete…), lasciami dire che siamo rimasti al palo della famosa sindrome dei cognoni americani, che impazzava nei caserecci B movies negli anni Sessanta… Purtroppo, nelle stanze dei bottoni, domina ancora questo tipo di atteggiamento, soprattutto se proponi qualcosa che corra il rischio di essere scambiato per horror. Come se ne esce? Non lo so, ma bisogna lottare… Soprattutto per far capire la bellezza e l’autonomia culturale del prodotto fantastico italiano, tanto al cinema quanto in editoria. Ed avere anche un polso realistico sulla quantità e la qualità del pubblico che ti può seguire… Insomma, non sono problemi da poco, ma non paiono irrisolvibili.

La tua attività di saggista si alterna a quella di scrittore di racconti fanta-noir. Ma cosa si intende attualmente per “fanta-noir” (o almeno tu cosa intendi nello specifico dei tuoi lavori…)?

Credo che il racconto La mano sinistra del diavolo, pubblicato nell’antologia 14 colpi al cuore, e un po’ tutto il romanzo Palo Mayombe siano esempi perfetti di cosa intendo per “fanta-noir”. Strutture “gialle” e contenitori “polizieschi”, con tanto di investigatori e di detection, dove germinano con discrezione elementi fantastici in grado di far vacillare l’interpretazione sulla realtà che ci circonda e d’instaurare il famoso meccanismo di “esitazione” alla Todorov… Quale potrebbe essere oggi il genere narrativo, più di altri, in grado di raccontare la convulsa attualità, mediaticamente allucinata, che stiamo vivendo? Questo, lo affermo con ironica presunzione. Ci sono squarci “fantastici”ogni giorno di più sui giornali, non neghiamolo… Un gotico moderno, contemporaneo, sarebbe secondo me in grado d’interpretare la realtà meglio di tanti “Ballarò”.


Vuoi descriverci il tuo ultimo più recente lavoro, “La stazione del Dio del Suono”?.

Lo si può leggere in piena autonomia, ma La stazione del Dio del Suono è una specie di sequel di uno dei miei primi romanzi, Un brivido sulla Schiena del Drago… Bè, insomma, quasi vent’anni dopo, ma è un effetto indiretto del buon successo che ha avuto la ristampa di Un brivido nel 2000. La prima edizione risale al 1986, troppo in anticipo e, forse, troppo sperimentale. Il meccanismo è sempre quello: ci sono alcuni vecchi che “fanno la veglia”, raccontandosi storie del terrore… Loro scelgono dei posti un po’ particolari per trascorrere queste nottate da brivido, località che possiedono un sinistro potere, quello di materializzare nel mondo esterno le storie che raccontano. Questi luoghi li conoscono perché i tipi hanno a disposizione una carta geografica speciale dove si vede la figura intera del grande Drago stilizzato che attraversa gli emisferi planetari. Sulla schiena dell’immenso animale ci stanno i punti da sfiga tremenda, roba da Triangolo delle Bermude all’ennesima potenza per capirci, e i vecchi – che sono un po’ figli di buona donna da un lato e dall’altro un po’ incoscienti – ci vanno per giocare con le loro storie e “vedere che effetto che fa”, rubando le parole a Jannacci. Me ne sono reso conto diverso tempo dopo, ma temo di avere ben combinato assieme due belle idee “portanti” del fantastico del secolo da poco trascorso, quella della Chowder Society da La casa dei fantasmi di Peter Straub (anche lì dei vecchi che si chiamavano Hawthorne, James, etc… si raccontavano storiacce di notte) e quella dell’oceano pensante di Solaris di Lem, laddove Solaris materializzava fantasmi e rimorsi a bordo di un’astronave. Ne La stazione i vecchi hanno scoperto un nuovo posto e lo mettono alla prova. Siamo tra le montagne dell’Appennino Ligure e, a un certo punto, qualcuno legge un pezzo di Ceronetti, scritto nel ’90, dove il genialissimo piemontese descriveva la mattanza notturna dei giovani sulle strade del sabato sera… ed ecco che, fuori, parte il rave più folle che sia mai stato descritto: l’Even Furthur gestito dal Dio del Suono Mixmaster Soul, dove migliaia di giovani vanno incontro ad una morte terribile….Okay, ma mi sa che devo fermarmi.

Prossime iniziative e nuovi progetti?

Ne La stazione del Dio del Suono ad un certo punto un vecchio dice: “La prossima veglia andremo a tenerla a Triora”. Triora, per i pochi che ancora non lo sanno, è la Salem italiana con un passato medioevale di processi per stregoneria e di roghi. Anche in questo caso Appennino Ligure, sopra Sanremo, in una zona bellissima – la Valle Argentina, che frequento quando posso – dove puoi trovare ancora delle streghe autentiche. Questa frase ha fatto scattare un’idea in contemporanea a Fabio Larcher e a me, quella di una terza veglia del Circolo del Venerdì, dando un seguito reale alla frase summenzionata… Ovvero un terzo book, quasi istant, sui vecchi satanassi “prosatori”, ma non solo mio… Dato che i vecchi raccontano delle storie, affidare queste ultime alla penna di altri scrittori… In modo da farne uscire un romanzo ibrido, frutto dell’incontro di personalità assai diverse per quanto convergenti… Quest’inverno ho cominciato a far circolare l’idea ed è ovvio che ho dovuto approfittare degli amici, perché su queste cose o sì è affini o non si combina nulla. Me compreso, siamo in otto (Alan D. Altieri, Giacomo Cacciatore, Riccardo Fassone, Remo Guerrini, Gianfranco Nerozzi, Gian Maria Panizza e Edoardo Rosati) e il risultato s’intitola Le tre bocche del Drago che sarà presentato a Triora in concomitanza del IV Convegno nazionale sulla stregoneria che si terrà lassù alla fine di ottobre. Non pago di tanta abbondanza, Fabio Larcher gestirà una “vera” veglia con gli scrittori partecipanti al collettivo che si daranno da fare proprio negli stessi termini dei vecchi, ovvero si racconteranno “storie”, possibilmente terrorizzanti e chissà quanto vere… Di notte, va da sé. Boh, Fabio è una valanga inarrestabile e, se parte per la tangente, non lo ferma nessuno… Ha convinto i trioresi a mettere in piedi questa “rappresentazione” quanto mai stregonesca e staremo a vedere. Il libro sconcerterà e farà discutere, ne sono sicuro. Sarà come vedere quegli indimenticati film a episodi stile Amicus degli anni Sessanta-Settanta, che sono stati omaggiati di recente anche da un film di Stivaletti… Sotto le singole storie si è autonomamente creata una sottotrama formidabile che parte da un atavico terrore delle streghe, in fermento nel 2004 per l’antica profezia di Lilith che vaticina la loro scomparsa dal pianeta… Ma qui mi zittisco di nuovo. E saluto con amicizia tutti i frequentatori di questo bellissimo sito.

Nativo di Alessandria, classe 1950, Danilo Arona ha al suo attivo un incalcolabile numero di articoli disseminati fra giornali e riviste specializzate ("Robot", "Aliens", "Cinema & Cinema", "Focus" e "Primo Piano"); saggi sul cinema fantastico ("Guida al fantacinema" per Gammalibri, "Guida al cinema horror" per Ripostes, "Nuova guida al fantacinema - La maschera, la carne, il contagio" per PuntoZero, "Vien di notte l'Uomo Nero - Il cinema di Stephen King" e "Wes Craven - Il buio oltre la siepe" per Falsopiano) e saggi sul fantastico "sociale" ("Tutte storie", Costa & Nolan, "Satana ti vuole", Corbaccio, "Possessione mediatica", Marco Tropea Editore), nonchè romanzi fanta-noir a rigida ambientazione italiana. "La penombra del gufo" e "Un brivido sulla schiena del Drago" per Amnesia, "La pianura fa paura" per l'Editoriale AGP, "Rock", pubblicazione on line by It Horror Magazine e “Il vento urla Mary” per PuntoZero. Ha curato le versioni italiane di "Rock Babilonia" di Gary Herman (Interno Giallo) e di "Secondo natura" di James e Phyllis Balch (Longanesi). Suoi racconti sono apparsi nelle antologie "L'hotel dei cuori spezzati" (Gammalibri), "Spettri metropolitani" (Addictions), “Jubilaeum” (PuntoZero) e “14 colpi al cuore” (Mondadori).
Suoi interventi sono reperibili in "
Note di paura", a cura di Edoardo Rosati e Dennis Maroni (Granata Press), "La congiura degli Hitchcockiani", a cura di Roberto Lasagna e Saverio Zumbo (Ripostes), "L'esorcista - Venticinque anni dopo" di Daniela Catelli (PuntoZero) e ne "Il cinema degli alieni" di Roy Menarini (Falsopiano).
Collabora alla rivista "
Carmilla" diretta da Valerio Evangelisti, e fa parte della redazione della rivista telematica "It", fondata e diretta da Andrea G. Colombo.
E' membro, con Marco Tropea e Laura Grimaldi, del Comitato Scientifico di "
Chiaroscuro - Tutti i colori del libro" famosa manifestazione multimediale che si tiene annualmente durante il mese di giugno in Asti, organizzata dall'Associazione Culturale "Alberto Tedeschi" e dalla Biblioteca Astense.

Il suo sito internet è www.daniloarona.com

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