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PULCINELLA, LA MASCHERA INFERNALE
di Giuseppe Cozzolino
Divertente,
grottesco, sguaiato. Gobbo e dal ventre prominente, un voluminoso
abito bianco - forse un sudario? - ed una maschera dal naso
lungo e deforme, una voce stridula a tratti inquietante a
tratti semplicemente comica.
La tradizione ufficiale vuole che “Pulcinella Cetrulo”
sia nato ad Acerra (sarebbe stato addirittura un contadino
particolarmente noto per le sue buffonerie, poi reclutato
in una compagnia di attori cittadini).
Altri attribuiscono l’invenzione della sua maschera
all’attore Silvio Fiorillo di Capua, a cavallo tra Cinquecento
e Seicento. Più generalmente si usa far risalire la
sua figura alle farse atellane del IV secolo A.C., e alla
tradizione latina del Maccus.
Tuttavia, dietro l’immagine comica e alquanto rassicurante
di una delle figure più popolari della Commedia dell’Arte,
è possibile dipanare i fili di una mitologia ben più
inquietante. Una serie di indizi e studi specifici la ricondurrebbero
invece ad un terrificante e feroce demone etrusco: Phersu,
membro della corte di Persefone, regina degli Inferi.
In molte località archeologiche etrusche (a cominciare
da Tarquinia) esistono tombe, dette “tombe di Pulcinella”,
dense di affreschi in cui compare questa singolare creatura
infernale alle prese con un crudele gioco che ha come protagonisti
un essere mascherato e con berretto appuntito (il phersu,
appunto) che tiene al guinzaglio un cane e lo aizza contro
un individuo incappucciato e armato di una grossa clava nodosa..
E si sprecano i racconti popolari che vorrebbero Pulcinella
nato dalle viscere del Vesuvio, considerata una delle “bocche
dell’Inferno” (altro che Sunnydale), da un uovo
comparso per volere del dio Plutone (il consorte di Persefone,
guarda caso).
Esiste un’incredibile e sterminata bibliografia su questa
maschera e sulle sue origini, sicuramente la più universalmente
popolare (alla pari solo di Arlecchino, probabilmente) e incarnata
in quell’archetipo universale che studiosi del calibro
di Karl Gustav Jung e Karol Kerenyi definirono “il briccone
divino”.
Spesso la sua figura viene associata a animali magici, personificazione
dell’elemento terrestre e ctonio (il gatto, il cane,
l’asino).
Un’insolita variante di questa tradizionale creazione
dell’immaginario partenopeo diverrà parte integrante
del ciclo di racconti dedicato ai personaggi di Hildegarde
& Asmodeus (già disponibile nei racconti “Katabasis”
e “Preludio”). In questa versione, Phersu viene
chiamato Mortecheride ed è un’entità elementale
che abita una dimensione astrale (“l’Omnia Pandemonium”)
parallela alla nostra, in attesa di impossessarsi di un essere
umano da utilizzare come veicolo per aggirarsi nel mondo degli
uomini anche di giorno. Un altro tassello di una saga magica
e soprannaturale che non vede l’ora di dipanarsi sotto
gli occhi di voi lettori.
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